Il futuro dei giovani

L’istantanea dell’attuale situazione lavorativa non poteva immortalare scenario più amaro: a pagare le spese dell’emergenza Coronavirus dal punto di vista dell’occupazione sono soprattutto i giovani. Nel mondo, un giovane su cinque ha smesso di lavorare dall’inizio della pandemia e chi ha mantenuto l’impiego si è visto ridurre l’orario lavorativo del 23%. A constatarlo è il rapporto appena pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

In Italia a dare l’allarme sono i dati riferiti al mese di febbraio, quando il crollo dei contratti a tempo determinato ha raggiunto le 200mila unità e nel mentre le assunzioni sono crollate di 734mila unità. Un dato che contribuisce a peggiorare due tristi record che il nostro paese già detiene in Europa: siamo gli ultimi per occupazione giovanile (56,3% contro la media europea del 76% nella fascia 25-29 anni) e i primi per “neet”, ragazzi scoraggiati che non studiano e non lavorano (29,7% contro la media UE del 16,6%).

È la “generazione lockdown” quindi a pagare il prezzo più alto, i giovani – soprattutto minori di 25 anni – che si ritrovano a fare i conti con la perdita dell’occupazione, l’interruzione di corsi di studio o professionali e ulteriori barriere all’accesso del mondo del lavoro. Una catastrofe che non si circoscrive solo a loro: il futuro di tutti noi ne subirà le conseguenze se non si creano occasioni e opportunità per i talenti e i protagonisti del futuro a cui spetta la ricostruzione di un’economia più sostenibile dopo il Coronavirus.

Diventa urgente individuare e promuovere delle politiche a favore dei giovani, come programmi per l’occupazione e la formazione, ma anche creare dei luoghi di lavoro sicuri aumentando i tracciamenti dei contagi; un’iniziativa che innesca un meccanismo a catena in cui il controllo dell’impatto della pandemia riduce le misure restrittive e di confinamento, promuovendo a sua volta fiducia nella collettività e incentivando quindi i consumi e il sostegno all’occupazione.

Il mercato del lavoro assume così tratti sempre più duri. Ci affacciamo a una probabile recessione economica, una nuova precarizzazione e inevitabili tagli di stipendio. I giovani dalla loro sembrano avere solo la loro “digital born”, che non è poco in una società che negli ultimi mesi è stata forzata a una digitalizzazione accelerata. Almeno in questo sono sicuramente avvantaggiati rispetto alla generazione di mezzo, che fa ancora fatica ad abituarsi alle nuove tecnologie e ad affidarsi a chi, seppur giovane, ha quelle competenze innate. Una situazione ben descritta da Papa Francesco durante il pre-Sinodo già nel 2018, che parlando della disoccupazione giovanile ha affermato: “Mi sembra che siamo circondati da una cultura che, se da una parte idolatra la giovinezza cercando di non farla passare mai, dall’altra esclude tanti giovani dall’essere protagonisti. È la filosofia del trucco, le persone crescono e si truccano per sembrare giovani e allo stesso tempo non fanno crescere i giovani”.

Ma ora più che mai si rivela fondamentale appoggiare e accendere l’entusiasmo dei professionisti di domani, il vero carburante del nostro paese.