Girolamo e la Vulgata resistono ai secoli

da Il Sole 24 Ore – 27 settembre 2020 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo il Cardinale Gianfranco Ravasi ricorda San Girolamo, autore della “Vulgata”, una traduzione “popolare” latina della Bibbia.

Era il 30 settembre 420 e a Betlemme, nei pressi della grotta della Natività di Cristo e della relativa basilica eretta da Elena, madre di Costantino, moriva san Girolamo. Aveva poco più di 70 anni (era nato a Stridone in Dalmazia in una data tra il 340 e il 350). Il Domenichino, tra il 1611 e il 1614, dedicherà a quelle ultime ore di questo celebre Dottore della Chiesa un’imponente pala d’altare alta più di quattro metri e larga due e mezzo, rappresentante l’estrema Comunione del santo, ora conservata nella Pinacoteca Vaticana, con l’altra impressionante tavola dedicata a Girolamo penitente nel deserto che Leonardo da Vinci eseguì attorno al 1482 e che ebbe una vicenda dai contorni romanzeschi.

Noi, però, a sedici secoli di distanza da quella giornata autunnale, che sarà commemorata da una Lettera apostolica di papa Francesco, vorremmo riannodare il filo dell’esistenza tormentata di questo personaggio dal carattere irto di spigoli ma dotato di una genialità unica. Risaliamo, perciò, alla quaresima del 375. Mentre la febbre l’aveva fatto assopire, s’era acceso un sogno nella mente di Girolamo, allora residente ad Antiochia di Siria. Egli si era trovato ritto davanti al Giudice divino: «Interrogato circa la mia condizione, risposi di essere cristiano. Ma Colui che presiedeva quell’assise, mi investì: Tu mentisci! Tu sei ciceroniano, non cristiano!». «Signore – replicai – se ancora avrò in mano libri mondani, se li leggerò, sarà come se ti avessi rinnegato!». Così il santo raccontava, in una lettera indirizzata alla fedele discepola Eustochio, la grande svolta della sua vita.

«Divenni, allora – narrerà in un altro scritto epistolare – discepolo di un fratello ebreo convertito per imparare, dopo le sottigliezze di Quintiliano, i fiumi di eloquenza di Cicerone, la gravità di Frontone e la piacevolezza di Plinio, un nuovo alfabeto e per esercitarmi a pronunziare suoni striduli e aspirati. Quale fatica sia stata per me, quali difficoltà vi abbia incontrato, quante volte abbia smesso e poi, per il desiderio di imparare, abbia di nuovo ripreso, lo può testimoniare solo la mia coscienza, che ha sopportato tutto ciò, ma anche quella di coloro che mi erano compagni di vita». Iniziava, così, la grande avventura divenuta celebre col nome di Vulgata, ossia l’elaborazione di una traduzione «popolare» latina della Bibbia.

L’avvio avvenne a Roma, ove Girolamo si era domiciliato a partire dal 382; inizialmente si trattò di una semplice revisione della versione latina del Nuovo Testamento allora già in uso, la cosiddetta Vetus latina, operazione condotta su incarico di papa Damaso I, eletto nel 366. Alla morte di quest’ultimo nel 384, il focoso Girolamo si era scontrato col successore, il papa Siricio, e aveva deciso di imprimere un’altra svolta alla sua esistenza. Lasciata la capitale, si era trasferito in Terrasanta, a Betlemme, ove sarà poi seguito da quel gruppo di donne aristocratiche romane con le quali aveva inaugurato nella capitale un circolo di studi biblici e spirituali.

Siamo nel 385-86. Là, accanto alla grotta dov’era nato Gesù, Girolamo, oltre a costituire due monasteri, l’uno maschile e l’altro femminile, si consacra all’impresa della traduzione latina delle Scritture. Nel 389-390 affronta il Salterio ma sulla base non dell’originale ebraico bensì dell’antica versione greca della Bibbia detta «dei Settanta» (solo più tardi ne eseguirà un’altra sull’ebraico, ma questa traduzione non entrerà nella Vulgata). Passerà, poi, agli altri libri anticotestamentari, procedendo in modo diseguale, anche secondo il suo temperamento mutevole, i suoi gusti e le circostanze.

Così, ad esempio, tradusse il libro di Giuditta di malavoglia in una sola notte, Tobia in un solo giorno, usando un testo aramaico a noi non pervenuto. Rigettò gli altri libri deuterocanonici (Siracide, Sapienza, Baruc, Maccabei) perché non scritti in ebraico e quindi non accolti dal Canone giudaico. In soli tre giorni affrontò il Cantico dei cantici, Qohelet e i Proverbi. Nell’anno 406, Girolamo giungeva alla fine della sua impresa e dal quel momento egli si sarebbe dedicato fino appunto alla morte, soprattutto all’attività di esegeta (attività per altro già prima praticata), di teologo e di instancabile polemista.

Con tutte le riserve e le critiche, spesso comprensibili considerati i tempi di lavoro e la nostra diversa sensibilità filologica, la Vulgata del santo dalmata costituì non solo un monumento letterario del tardo latino ma plasmò la lingua teologica dell’Occidente cristiano. In verità il successo arrise all’opera solo un paio di secoli dopo, quando essa ebbe l’avallo pratico di s. Gregorio Magno, papa dal 590 al 605. Da quel momento la Vulgata fu copiata in migliaia di codici, non di rado trascinando con sé detriti di ogni genere (errori degli scribi, mutamenti intenzionali, variazioni, contaminazioni con altre versioni e così via). Per tutto il Medio Evo la traduzione gerominiana brillò, anche se mai in un’unica forma definita.

Il mattino dell’8 aprile 1546, nella quarta sessione del Concilio di Trento si ebbe finalmente la «canonizzazione» dell’impresa di Girolamo (si noti, comunque, che forse per l’intero Nuovo Testamento – certamente per i Vangeli – il santo non eseguì mai una nuova versione ma revisionò solo l’antica traduzione latina preesistente). La dichiarazione conciliare era “pesante” nel suo tenore: i Padri sinodali, infatti, ammonivano che «se qualcuno non avesse accolto come sacri e canonici gli stessi libri sacri integri con tutte le loro parti, così come nella Chiesa cattolica si è soliti leggere e si trovano nell’antica Vulgata latina, e avesse coscientemente e coerentemente disprezzato la suddetta traduzione, sarebbe stato anatema». Naturalmente di mezzo c’era la polemica con la Riforma, ma fu lo stesso Concilio, nel pomeriggio del medesimo giorno, a precisare che l’«autenticità» della Vulgata riguardava «le lezioni pubbliche, le dispute, la predicazione e la spiegazione».

Non si trattava, quindi, di un’autenticità critico-letteraria e strettamente dogmatica in ogni sua parte, bensì di una norma di ordine giuridico, disciplinare e pastorale. Ci vollero, comunque, un secolo e mezzo di studi e di tentativi per approdare nel 1592 all’edizione definitiva del testo ufficiale ecclesiale della Vulgata, quella che sarà chiamata poi la «Bibbia sisto-clementina» dal nome dei due papi (Sisto V e Clemente VIII) che dettero il sigillo finale di approvazione. L’edizione critica in senso moderno verrà, invece, allestita attraverso diversi esperimenti nel secolo scorso. In quel periodo – con Paolo VI e col Concilio Vaticano II – si promosse anche una Nova Vulgata, ossia una revisione del testo gerominiano tenendo conto delle esigenze della moderna critica testuale e dell’esegesi, revisione approvata da Giovanni Paolo II nel 1979, destinata però a una scarsa incidenza ecclesiale.

Infatti, da tempo erano entrate in vigore le nuove versioni nelle varie lingue secondo i criteri attuali esegetici. Ma l’esperimento di san Girolamo da sedici secoli esercita ancor oggi non solo un indubbio fascino letterario ma condiziona in qualche modo il pensiero e il vocabolario teologico. Georges Mounin ironizzava definendo ogni buona traduzione come una belle infidèle, sulla scia del grande Cervantes, convinto che ogni versione fosse come il triste rovescio di un bell’arazzo. I problemi sollevati dal tradurre un testo non sono, infatti, solo linguistico-letterari ma ermeneutici, soprattutto quando di mezzo c’è una Scrittura «sacra». Tuttavia Girolamo rimane, ancor oggi, proprio in questo senso, un emblema di merito e di metodo, col suo rigore e la sua libertà, con la sua conoscenza e la sua creatività.