da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Chi ha vari anni sulle spalle ricorda questa frase latina che costituiva il drammatico e potente avvio della prima Catilinaria di Cicerone, un testo destinato alla traduzione del liceo classico di allora: «Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?». Questo uomo politico aveva tentato un colpo di Stato, svelato da una delazione e denunciato da Cicerone in Senato con una serie di attacchi veementi che costrinsero Catilina alla fuga in Etruria, ove sarà raggiunto e ucciso nel 62 a.C. presso Pistoia.
Ebbene, il verbo “abusare” è entrato nella nostra lingua con un’accezione ancora oggi valida ma che è stata spesso semanticamente mutata. Quando si parla di abuso, spontaneamente si associa ora l’aggettivo “sessuale”. Il significato, però, ha uno spettro più ampio e rimanda spesso anche all’abuso di potere. In un suo discorso nel 1771 il politico e scrittore inglese Edmund Burke aveva formulato questo principio in difesa del costituzionalismo: «Quanto più grande è il potere, tanto più pericoloso è l’abuso».
Ma, come si diceva, a prevalere oggi è il profilo sessuale, esercitato soprattutto da adulti su minorenni. E, anche se tale abuso è diffuso in tutte le categorie sociali, compreso l’ambito familiare, è comune fare riferimento al clero, tant’è vero che alcune diocesi si sono trovate sull’orlo della bancarotta per i versamenti processuali compensativi alle vittime. In realtà, quello degli ecclesiastici abusatori non ha un livello più alto rispetto ad altre tipologie sociali, tuttavia risulta particolarmente odioso.
A questo proposito ci permettiamo di segnalare il romanzo Dio della polvere (Guanda), pubblicato lo scorso anno. L’autrice è una nota scrittrice cattolica, Mariapia Veladiano, che immagina un intenso e teso dialogo tra un vescovo e l’amica di una vittima. Emergono, così, tutti gli aspetti innescati dall’atto predatorio: ad esempio, il silenzio complice, l’ansia di insabbiare per evitare lo scandalo pubblico, la caduta della frontiera tra peccato e reato, e così via. Noi ora, però, ci fermeremo su un libretto di poche pagine, eppure puntuale ed essenziale e, quindi, utile per una sintesi equilibrata e documentata della questione e per un eventuale percorso pratico da seguire quando si è coinvolti.
Anche in questo caso è una donna, la giornalista Maria Elisabetta Gandolfi (1966), caporedattrice de Il Regno, una rivista ecclesiale molto puntale e qualificata. Questo saggio breve e agile è inserito in una collana delle Edizioni Paoline intitolata emblematicamente “ABC della vita cristiana”, con titoli di autori noti come Tonino Bello, Madre Anna Maria Cànopi, Ermes Ronchi e il cardinale José Tolentino de Mendonça.
Il tema che stiamo considerando ha già una sua letteratura, affidata spesso a documenti ecclesiali ufficiali di varie Conferenze Episcopali: è, ad esempio, il caso della Conferenza Episcopale Italiana che ha proposto, nel 2019, coi Superiori Maggiori delle congregazioni religiose alcune Linee guida per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, riviste nel 2023.
È un testo a cui fa riferimento anche Gandolfi che rimanda pure alla Lettera del Santo Padre Francesco al popolo di Dio del 20 agosto 2018, ove il papa aveva proposto di adottare la formula «abusi sessuali, di potere e di coscienza», giustamente allargando l’orizzonte agli aspetti non sessuali – eppure ugualmente deleteri – delle violenze e degli atti non fisici. La giornalista nelle sue pagine ricorre all’espressione «violenze sessuali e abusi», ovviamente rimanendo nell’ambito ecclesiale. Uno dei capitoletti significativi è proprio quello di «dare un nome», cioè una definizione a simili delitti, per altro già configurati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
In questa traiettoria, che non è meramente lessicale, si preferisce appunto integrare e specificare il termine da cui siamo partiti, “abuso”, così da evitare che sia assunto nella sua accezione “debole” di uso eccessivo di qualcosa che in dosi moderate risulterebbe accettabile. Ecco allora la titolatura generale del volumetto, Violenze e abusi nella Chiesa. Inizialmente si ritenne che si trattasse di un’esclusiva drammatica dei paesi anglosassoni: si pensi al famoso caso sollevato dal «Boston Globe» e interpretato dal film Il caso Spotlight (2015), diretto da Tom McCarthy. Ben presto, però, si è allargato a tutte le comunità religiose del mondo. Al caso Italia, bollato come «il fanalino di coda», sono riservate le ultime pagine del saggio: nel 2025 la “Pontificia Commissione per la tutela dei minori” ha inviato un questionario alle 226 diocesi italiane, ma finora hanno risposto solo 81.
Tuttavia è segnalata «una prassi virtuosa», quella della diocesi di Bolzano-Bressanone col progetto, iniziato nel 2022, «Il coraggio di guardare», sviluppato in tappe progressive. La Conferenza Episcopale Italiana è stata, così, stimolata a procedere col “Servizio nazionale tutela dei minori” e con vari interventi. Le sezioni più rilevanti del testo di Gandolfi e che meritano una lettura partecipe sono quelli in cui si individuano gli elementi utili per mettere allo scoperto le radici di questa crisi, generando anche prevenzione.
Si tratta di ascoltare le vittime che hanno avuto il coraggio della denuncia, certamente verificandone la credibilità; essere consapevoli che siamo in presenza di una questione sistemica e non occasionale e, quindi, individuarne le cause radicali ed elaborare anche una risposta teologica oltre che pastorale e psicologico-psichiatrica: questi e altri sono i percorsi sviluppati da Gandolfi in modo chiaro e incisivo.







