Francesco Guccini non ha mai smesso di farsi domande né ha mai cercato risposte facili. Oggi la sua scomparsa non lascia solo un vuoto nel panorama musicale e culturale italiano, ma rimette sul tavolo la riflessione mai tramontata sul rapporto tra laicità e ricerca spirituale, costringendoci a fare i conti con la sua eredità più scomoda: l’arte del dubbio.
Per tutta la vita, il cantautore ha scelto di definirsi un “agnostico possibilista”: a chi non lo ascoltava con attenzione, o si fermava alla superficie del personaggio burbero e montanaro, poteva sembrare una battuta o una comoda via di fuga per non prendere mai davvero posizione sui massimi sistemi. In realtà, dietro quella formula c’era un metodo di indagine preciso e profondamente onesto: agnostico, perché ammetteva senza sconti che la ragione umana non ha gli strumenti per dimostrare un piano divino o una verità trascendente; possibilista, perché detestava la chiusura arrogante dell’ateismo dogmatico, che liquida il mistero come una favola per bambini o una manifestazione di ignoranza. Era la scelta di tenere la porta costantemente socchiusa, accettando di non sapere ma senza mai smettere di guardare fuori e di fare domande.
Che questa posizione non fosse di ostilità alla fede, ma piuttosto una sua forma inquieta e fieramente laica, l’ha capito benissimo la stessa Chiesa, o almeno la sua parte più umana e aperta all’ascolto. Non è un caso che alle esequie del cantautore, nella frazione di Pavana – nel cuore dell’Appennino tosco-emiliano – fosse presente il cardinale di Bologna Matteo Zuppi. Tra i due esisteva un’amicizia vera, coltivata lontano dai riflettori, un rapporto fatto di rispetto e ironia che andava oltre gli “steccati” confessionali. Nel ricordarlo, Zuppi non ha provato a forzare le convinzioni dell’amico, riducendo il suo agnosticismo ad una mancanza da colmare o una pecca da perdonare, bensì, citando Sant’Agostino, ha rammentato che «appartiene a Dio chi ha fame di giustizia e chi non smette mai di cercare». In quest’ottica, il dubbio possibilista non è il contrario della fede, ma una vera e propria preghiera laica: chi cerca onestamente e si scontra con il limite senza accontentarsi non va visto come un pagano da convertire ma come un compagno di viaggio.
E Guccini tutto questo l’aveva già spiegato in modo formidabile nei suoi dischi, servendosi anche della letteratura per smontare fin dalle radici le finte certezze. In Cirano, singolo del 1996 tratto dall’album “D’amore, di morte e di altre sciocchezze”, l’autore critica l’ipocrisia di una società fatta di «gente vuota»: massacra senza pietà non solo i «preti che vendono a tutti un’altra vita», ma anche i finti intellettuali materialisti e i dogmatici del nulla, che cercano le verità per terra come i maiali con le ghiande. Lui, invece, preferiva le ali per vedere dall’alto come i giganti, ricordandoci che sbandierare certezze assolute è sempre un atto di arroganza, da qualunque pulpito lo si faccia.
Oggi la prospettiva di Guccini si riflette nell’orizzonte esistenziale di una fetta enorme di ventenni e trentenni. I dati raccolti dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, infatti, ci dicono che l’Italia si sta secolarizzando a una velocità impressionante e che ormai meno del 50% dei ragazzi under 30 si dichiara cattolico convinto. I centri di aggregazione di un tempo, come le parrocchie, hanno perso il loro monopolio sociale, faticando a intercettare i nuovi linguaggi. Ciò nonostante, quasi il 40% dei giovani “non credenti” ammette di cercare ancora uno spazio per la spiritualità e di aver bisogno di momenti di riflessione profonda che vadano ben oltre la routine e le aspettative imposte dalla società. È dunque una generazione che abita l’incertezza ma che non ha affatto smesso di farsi domande, alla ricerca di un senso lontano dalle imposizioni.
Così, in un’epoca dominata da logiche “algoritmiche” che ci vogliono tifosi accaniti o nemici giurati, dove le opinioni si urlano per partito preso e non c’è più spazio per le sfumature, l’agnosticismo possibilista diventa un atto politico, quasi una forma di resistenza civile. Serve a ricordarci che rivendicare il diritto di non sapere, di esitare e di continuare a cercare senza pretendere di avere la verità in tasca, non è un sintomo di debolezza ma un modo pienamente legittimo per restare lucidi, liberi e profondamente umani.
Flavio Fontana







