da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Fino a qualche tempo fa l’Armenia è stata sulla ribalta per il conflitto con l’Azerbaijan che le contendeva la regione del Nagorno-Karabach. Un fragile accordo ha reso per ora relativamente tranquilla la coesistenza tra le due nazionalità, nei cui confronti nutro uno spirito di gratitudine personale (oltre che, in passato, istituzionale), avendo ricevuto dall’università di Erevan una laurea ad honorem e dal governo di Baku la maggiore onorificenza azera. Ai nostri lettori più appassionati di culture internazionali desidererei fare ora una proposta un po’ stravagante, presentando un testo in armeno, splendidamente tradotto e commentato. L’autore, in realtà, aveva scritto in greco, la lingua allora dominante: era Ireneo prima presbitero e poi vescovo di Lione, vissuto nel II sec. (morirà attorno al 202-203 durante le persecuzioni anticristiane di Settimio Severo), forse originario di Smirne ove fu discepolo del vescovo Policarpo, un’altra delle grandi figure dell’antica cristianità. A raccogliere i brandelli della sua biografia, è ora proprio la curatrice nell’introduzione all’opera che stiamo presentando, Claria Sanvito.
Un dato significativo della vita di Ireneo è il suo viaggio a Roma ove era papa l’epirota Eleuterio (171-185) con una lettera a lui affidata dai sopravvissuti al martirio sotto la repressione di Marco Aurelio. È interessante osservare che tra le notizie offerte dal celebre storico della Chiesa Eusebio di Cesarea (IV sec.), c’è un gioco di parole sul suo nome per il suo contributo durante un aspro dibattito sulla data della Pasqua sotto il papa africano Vittore (186-197): Ireneo «fu degno del nome che portava», Eirénaios da eiréne, “pace”. È il momento di entrare nell’opera intitolata Esposizione della predicazione apostolica, scritto ultimo del vescovo, resa in modo nuovo e originale in italiano (esistono altre traduzioni del passato), appunto dalla versione armena.
Di Ireneo a noi sono giunti solo due testi completi ed entrambi in traduzione in lingue antiche (tranne frammenti nel greco originario). Il primo è il più famoso, noto come Contro le eresie, e l’altro è quello sopracitato appartenente al genere letterario greco dell’epideixis, “dimostrazione” ragionata e provata. Tuttavia nel caso in Ireneo si ha maggiormente la tonalità di «un memorandum sintetico al fine di comprendere la verità per confermare la fede». È, quindi, una sorta di “esposizione” della dottrina cristiana a chi è già battezzato e credente, così da rinsaldarlo nella sua adesione di fede. Data l’antichità e la fama di Ireneo, molti studiosi si sono consacrati a identificare la struttura di un’argomentazione piuttosto complessa. E la stessa Sanvito, attraverso un vaglio accurato dei vari capitoli, non si esime dall’offrire la sua proposta modulata sullo sviluppo teologico dell’opera, dedicata a un certo «caro Marciano», un cristiano praticante «fisicamente lontano». L’impianto tematico sarebbe triadico. Nella prima sezione è commentata la “regola della fede” trinitaria, Padre, Figlio e Spirito Santo, in una sorta di professione di fede. Suggestiva è la seconda parte ove è di scena l’ingresso di Dio nella storia attraverso quattro alleanze con l’umanità: con Adamo, con Noè e Abramo, con Mosè e, infine, in Cristo, il Logos incarnato.
Ed è proprio al Logos che è riservata la terza e ultima sezione che è una carrellata nella storia della salvezza, nella quale alle profezie si associano i compimenti nella persona e nelle vicende della vita di Gesù Cristo. Clara Sanvito in finale alla sua grandiosa introduzione (altrettanto vasto e ancor più minuzioso è il commento in calce al testo armeno e alla versione) si pone un interrogativo che si apre solo su ipotesi: «Perché questo scritto catechetico si perse nelle tradizioni cristiane dell’Impero dove… in Oriente il greco si conservò quasi inalterato per secoli? E perché si mantenne invece nella tradizione armena?». Sulla scia del greco dell’Oriente cristiano, possiamo concludere segnalando un unicum della cristianità posteriore di secoli rispetto a Ireneo: per la prima volta un raffinato studioso e monaco della comunità di Bose Luigi d’Ayala Valva, traduce, guidando ampiamente alla loro lettura, alcuni testi di una figura alta della spiritualità del monte Athos, la penisola sacrale costellata di monasteri. È Atanasio l’Athonita. I suoi sono scritti che intrecciano l’aura della mistica trascendente con la quotidianità immanente della vita cenobitica, le sue regole e la complessità delle istanze esistenziali. Molteplici sono i testi qui tradotti e classificati secondo i generi dell’“ipotiposi” o rappresentazione normativa soprattutto liturgica, e del “tipico” che è la costituzione fissata per i monaci dal fondatore di un monastero, in questo caso Atanasio.







