Il peso della parola. Custodirne il valore nell’epoca della sua abbondanza

Questa riflessione nasce da qualcosa che mi è successo alcune settimane fa, mentre scrivevo codici per il mio progetto di ricerca. La sensazione provata è stata di sopraffazione, cosa, credo non del tutto nuova: può capitare a tutti di sentirsi indietro, tra troppi articoli da leggere, troppe e-mail a cui rispondere, troppi dati da processare. Per la prima volta, però, ho realizzato di sentirmi sommerso non da qualcosa che mi arrivava dall’esterno, ma da qualcosa che avevo prodotto io stesso, o meglio, che avevo fatto produrre, in pochi minuti, a un modello linguistico (large language model, LLM). Con più o meno familiarità con lo strumento in questione, credo che questa esperienza sia ormai comune a molti.

Per tutta la sua storia, ogni essere umano ha scritto meno di quanto potesse leggere. Lo stesso valeva per la musica, la pittura, la fotografia, e ogni altro processo con una componente creativa. Oggi quella gerarchia si è capovolta, e sono bastati solo pochi anni. Trovo che questo sia un rovesciamento silenzioso ma radicale.

Davanti a questa capacità di produrre contenuto, mi pongo due domande. La prima: dove tracciare il confine tra qualità e quantità? Questi modelli ci danno subito un risultato tangibile, anche dettagliato. Ma quanto è buono, e quanto lo sentiamo come un frutto del nostro contributo? Mi tornano in mente le parole di Quintiliano: «non multa, sed multum», non molte cose ma molto, in profondità. Già duemila anni fa il consiglio era di formare la mente leggendo pochi testi scelti con cura, non accumulando letture disperse. È un principio che la nostra epoca sembra aver rovesciato senza accorgersene: oggi produciamo multa, molto in quantità, e sempre meno tempo resta per il multum, per abitare e interiorizzare davvero ciò che produciamo.

Il fenomeno non riguarda solo la scrittura quotidiana, ma anche i luoghi dove la parola ha storicamente un ruolo centrale, come la ricerca scientifica. Ed è qui che arrivo alla seconda domanda: fino a che punto l’intelligenza artificiale migliora la mia produttività senza intaccare la mia capacità di apprendere e diventare uno studioso più competente? Pochi giorni fa un ricercatore, Tristan Buckmeister, ha raccontato di aver risolto un problema matematico con il supporto di alcuni LLM, e di provare disagio a pubblicare il risultato: la dimostrazione, per quanto corretta, restava incomprensibile così come l’AI l’aveva formulata, e servirebbero settimane per renderla accessibile, tempo che la situazione non concedeva. È un paradosso: un sapere vero, dimostrato, ma non custodito da nessuno, nemmeno da chi lo firma.

Non è la prima volta che l’umanità sposta la sede del sapere. Nel 1840 Thomas Carlyle scriveva che la vera università dei suoi tempi fosse una collezione di libri. Oggi c’è chi direbbe che la vera università sia un modello linguistico. È quantomeno ironico, però, che quei modelli si siano formati proprio sui libri: smontati dalla loro rilegatura, scannerizzati, poi gettati. Una volta trasformati in dati, i libri perdono il corpo che li rendeva tali, la copertina, la carta, il tempo necessario per attraversarli pagina dopo pagina. Restano informazioni, non più esperienza.

Questo è, forse, il punto che trovo più delicato. Come ha osservato di recente papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas, le cosiddette intelligenze artificiali restano (ad oggi) legate esclusivamente al trattamento dei dati: non vivono un’esperienza, non attraversano gioia e dolore, non maturano in una relazione. Possono imitare linguaggi e simulare comprensione, ma non abitano l’orizzonte affettivo e relazionale in cui il sapere e l’esperienza umani diventano sapienza. Producono parola, quindi, ma non ne portano il peso: il peso di chi ha vissuto, sbagliato, imparato, e solo per questo può dire qualcosa con autorità.

Forse è proprio qui che vale la pena tornare al principio antico, non multa, sed multum. Se le macchine possono ormai generare parole quasi senza limite, la domanda che resta a noi non è quante riusciamo a produrne, ma quali scegliamo di abitare davvero, e con quale peso siamo disposti a portarle.

Non voglio però che questa mia riflessione suoni come una condanna dell’intelligenza artificiale: ne sono, anzi, un utilizzatore e un sostenitore convinto. Anche l’enciclica di Leone XIV, del resto, non oppone entusiasmo e paura, ma due modi diversi di costruire il progresso: uno che serve la persona e i popoli, l’altro che li piega a logiche di potere.

In linea con questa idea, per chiudere, trovo giusto lasciare uno spazio anche a un LLM per fornire il suo punto di vista:

  • Paolo: Se dovessi indicare una sola cosa che un essere umano dovrebbe fare per conservare il proprio valore in una società in cui la creatività sembra diventata superflua, cosa gli suggeriresti?
  • LLM: Fare domande che nessuno ha ancora fatto, invece di cercare risposte che nessuno ha ancora dato. Fermati un attimo e chiediti: sto ponendo la domanda giusta, o sto solo cercando conferma di quella ovvia? È un’abitudine minuscola ma che, ripetuta, ti tiene nel ruolo di chi guida il pensiero, non di chi lo consuma.

Paolo G. Madonia

Iscriviti alla newsletter

Leggi anche

Famiglia: generazioni a confronto
Come sta cambiando la famiglia nel passaggio tra le generazioni? Quali valori, esperienze e fragilità si sono trasformati rispetto al passato? Quali sono oggi
L’altra faccia della vita
Insieme all’Università Cattolica del Sacro Cuore e alla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, il 6 ottobre alle ore 18:00, terremo un importante incontro
Previous
Next