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Cioran e Guitton nel cortile del dialogo

Emil-Cioran

da Il Sole 24 Ore – 9 giugno 2019 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo il Cardinale Gianfranco Ravasi propone un “Cortile dei Gentili” ideale tra lo scrittore Emil Cioran e il filosofo Jean Guitton.

È ormai da un decennio che è in azione il “Cortile dei Gentili” allestito dal Pontificio Consiglio della Cultura (un dicastero vaticano che, quando fu fondato da Paolo VI, era denominato «per i non credenti»), dedicato al dialogo tra persone che hanno una fede religiosa e altre che procedono senza riferimenti trascendenti, ma con un rimando a valori umani fondamentali. Il nome, voluto da papa Benedetto XVI, è desunto dallo spazio presente nel tempio di Gerusalemme al quale potevano accedere le gentes, i popoli diversi da quello ebraico, considerati da quest’ultimo idolatri, in pratica atei, nonostante l’ovvia appartenenza a un’altra fede.

Ebbene, in questa pagina apriamo ora un ideale «Cortile» incrociando due figure molto note e già altre volte da noi evocate. Il primo è Emil Cioran, rumeno emigrato a 26 anni, nel 1937, a Parigi, ove rimarrà sino alla morte nel 1995. Autodichiaratosi della «razza degli atei», confessava però di «essersi sempre aggirato attorno a Dio come un delatore: incapace di invocarlo, l’ho spiato». Proprio per questo talvolta si trovava spiazzato: «Quando si ascolta Bach, vedete nascere Dio. Dopo un oratorio o una sua cantata o una Passione, Dio deve esistere».

Si comprende, allora, perché lo scrittore sia stato ripetutamente in dialogo epistolare con teologi della sua terra d’origine. È il caso di George B?lan, che era anche musicologo, col quale scambiò 53 missive tra il 1967 e il 1992, tradotte in italiano da Mimesis nel 2017. La stessa editrice presenta ora la corrispondenza con Petre ? u? ea (1902-1994), un intellettuale conosciuto quando vivevano entrambi a Bucarest, il «solo vero genio che io abbia mai incontrato… Un misto di don Chisciotte e di Dio». A differenza di Cioran, egli è vigorosamente credente al punto tale da scrivere: «Senza Dio, l’uomo rimane un povero animale razionale e parlante, che proviene dal nulla e va verso il nulla».

Vero e proprio monaco laico, ?u?ea, perseguitato in patria dal regime comunista, terrà sempre alto il vessillo della sua fede, e questo dialogo epistolare che comprende 9 lettere di Cioran e 4 del suo amico, pur nelle divagazioni biografiche, rivela in filigrana i fremiti spirituali profondi che li unisce, pur nella distanza abissale dei percorsi. Il sentiero di Cioran si snoda, infatti, nel nadir tenebroso del pessimismo scettico, ininterrottamente affacciato sulla voragine del nichilismo; quello del suo interlocutore si sviluppa, invece, sotto lo zenit solare del divino. Eppure tra loro intercorreva, come spiega il curatore Antonio Di Gennaro nella sua ricca «non-prefazione», «un’affettività pura, intesa come simpatia, empatia, sinergia», all’insegna della comune inquietudine dagli sbocchi però antitetici. Come affermava ? u? ea, «Cioran nel suo lirismo potrebbe incontrare il mio misticismo».

Il fascino di questo dialogo a distanza, così esile e persino cronachistico, rivela squarci sorprendenti che catturano il lettore, al quale suggeriamo in particolare l’ultimo scritto, datato 3 marzo 1991 da Bucarest. Sarebbe suggestivo immaginare la reazione di Cioran di fronte a queste righe così radicalmente “cristiane”, così assolute nello sguardo oltre la frontiera della morte ormai imminente («sono vecchio, malato e triste, preoccupato per l’avvicinarsi della morte»), così serene perché «ciò che mi consola non è la gloria, forma illusoria di immortalità, ma l’immortalità religiosa».

A questo che è, in realtà, già un “Cortile dei Gentili” con due voci alte, nobili, dissonanti eppur armoniche come un duetto tra un basso e un soprano, accosto ora – in un nuovo ideale confronto – la seconda figura, “rocciosamente” credente, il filosofo francese Jean Guitton, morto vent’anni fa a 98 anni, amico e corrispondente di Paolo VI. Quello che ora proponiamo è un saggio sul suo pensiero, còlto nella triade uomo-tempo-Dio. Sono tre assi capitali di una visione che ha il suo snodo nella figura di Cristo. Egli riesce a intrecciare in sé in contrappunto tempo ed eternità, proprio per la duplicità della sua natura umana e divina (non per nulla nella sua vasta produzione, comprendente quasi 160 volumi, il filosofo ha pubblicato un Gesù tradotto da Marietti nel 1963, Il Cristo della mia vita, edito dalla San Paolo nel 1988, e un discusso e tormentato Cristo dilacerato, in italiano presso Cantagalli nel 2002).

Paolo Poli, che è di formazione filosofica e teologica, conduce il lettore per mano all’interno dell’orizzonte di un pensiero che è nitido ma anche segnato da scatti, legati sia alla stessa personalità di Guitton, sia all’evolversi della situazione ecclesiale post-conciliare. Due sono le traiettorie unificatrici. Da un lato, l’antropologia la cui analisi è condotta dall’alto, nella consapevolezza che l’ontologia concreta dell’essere umano ha bisogno di uno sguardo trascendente. È così che si annodano tra loro tempo ed eterno. È interessante in questo ambito approfondire la sua struttura dell’essere secondo le categorie di «avvolgimento e stratificazioni» a cui si contrappongono «la dissociazione e la contaminazione», una dialettica approfondita dall’analisi di Poli.

D’altro lato, ecco in modo consequenziale e non secondo una mera giustapposizione, la cristologia, trattata in tappe diverse e profili differenti. Se, infatti, l’uomo unisce in sé immanenza e trascendenza, Gesù Cristo diventa il paradigma interpretativo perfetto nella già sottolineata divinità e umanità. Come sintetizza Poli, «è un percorso parallelo dove la costante domanda sulla struttura enigmatica della temporalità umana, nella quale si annuncia la realtà dell’eterno, rivela occasioni di reciproca illuminazione» tra antropologia e cristologia.

Il merito di questo saggio sta anche nell’iniziale grandioso ritratto della vita e del pensiero di Guitton (130 pagine) che rivelano la complessità di un personaggio, capace tra l’altro anche di essere un pittore notevole. A suggello di questo nostro “Cortile dei Gentili” minimo poniamo un curioso dialogo del 1983 tra il filosofo e il presidente Mitterand. Ecco le battute scambiate: «In cinque minuti mi dica la sostanza della Sua esperienza di filosofo. – È la scelta tra due soluzioni: l’assurdo e il mistero. Il mio collega Sartre ha scelto l’assurdo, io il mistero. – Ma qual è la differenza? Anche il mistero sembra assurdo! – No, l’assurdo è un muro impenetrabile contro cui ci si spiaccica in un suicidio. Il mistero è una scala: si sale di gradino in gradino verso la luce, sperando».