Nel quadro La persistenza della memoria di Salvador Dalí (1931) c’è un dettaglio impossibile da ignorare: in un paesaggio quasi desertico, gli orologi sembrano essersi arresi. Perduta ogni rigidità e consistenza, si deformano, si piegano, scivolano sulle superfici. Proprio l’oggetto inventato per misurare il tempo sembra non riuscire più a contenerlo.
Forse è questo a rendere il quadro così familiare, nonostante il suo surrealismo: prima o poi accade anche a noi che le coordinate che sembravano certe smettano di funzionare.
Un progetto cambia, una strada si interrompe, qualcosa che davamo per acquisito non lo è più.
È allora che, in forme diverse, incontriamo il deserto.
Il deserto è anzitutto uno spazio definito dalla scarsità: poca acqua, pochi ripari, pochi punti di riferimento. Non sorprende che nella tradizione biblica sia diventato anche metafora della prova e del discernimento: quando i riferimenti si riducono, distinguere ciò che conta diventa una necessità. Nel deserto il superfluo pesa, mentre l’essenziale acquista valore.
Chi ha camminato a lungo con uno zaino sulle spalle lo sa: ogni oggetto ha un peso e, dopo molti chilometri, la distinzione tra necessario e superfluo smette di essere teorica.
Questo vale anche per ciascuno di noi.
Ogni tanto occorre chiedersi che cosa stiamo ancora portando nello zaino: scelte, relazioni, aspettative, progetti, immagini di noi stessi. Alcune cose continuano a essere parte di noi. Altre le conserviamo soltanto perché ci accompagnano da molto tempo.
Rimettere in discussione una scelta non significa rinnegarla, ma chiedersi se rispecchi ancora ciò che siamo.
Questo è il discernimento, di cui Ignazio di Loyola ne ha fatto uno dei cardini del proprio metodo spirituale. Dal latino discernĕre, significa separare, distinguere: ciò che desideriamo da ciò che facciamo perché gli altri se lo aspettano da noi; ciò che ci fa crescere da ciò che semplicemente ci occupa; ciò che merita di essere custodito da ciò che dobbiamo lasciar andare.
Non esiste sempre una scelta giusta e una sbagliata. Esistono anche scelte che sono state giuste per una fase della nostra vita e che, a un certo punto, devono essere nuovamente interrogate.
Cambiare, allora, non significa necessariamente avere sbagliato prima. Significa rivendicare il diritto di essere una nuova versione di sé.
A volte il deserto lo cerchiamo: abbiamo bisogno di silenzio, di distanza, di sottrarci al rumore. Altre volte arriva senza essere invitato.
Una perdita, una malattia, un progetto che si interrompe, una strada professionale o personale che non conduce più dove pensavamo. Esperienze diverse, accomunate dalla riduzione della nostra capacità di controllo.
È proprio qui che mi torna alla mente uno dei brani della Bibbia a me più cari, un passo del profeta Isaia che, in questo contesto, acquista una forza particolare: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1).
Il «non temere» non è la promessa che non avremo paura, né che saremo risparmiati dalle fratture. È piuttosto un invito a non lasciare che la paura decida al posto nostro: perché la paura non dice mai la verità, ma ci mostra il futuro attraverso ciò che temiamo.
Secondo una suggestiva lettura, ormai diffusa, l’espressione «non temere» ricorrerebbe nella Bibbia 365 volte: una per ogni giorno dell’anno. Al di là dell’esattezza del conteggio, credo che tale numero simbolico indichi la necessità di sentircelo ripetere quotidianamente. Perché ciascun giorno porta con sé una sfida o un timore diverso e ci chiede, ancora una volta, di viverlo con cuore saldo e coraggioso.
Attraversare momenti difficili fa parte dell’esperienza umana; ciò che resta aperto è il modo in cui scegliamo di attraversarli.
Ho scoperto, così, che fede e paura possono convivere.
Sono due strane sorelle: camminano insieme più spesso di quanto immaginiamo.
Si può avere una fede profonda e, nello stesso tempo, continuare ad avere paura. La fede non cancella le paure, né necessariamente le dissolve: le illumina. Ci permette di attraversarle senza negarle, di guardarle negli occhi senza consegnare loro l’ultima parola.
È forse qui che il «non temere» incontra la speranza. Nella lingua ebraica la parola speranza si dice תִּקְוָה (tiqvah). La sua radice, קוה (qavah), richiama l’attendere e il tendere verso qualcosa; tiqvah, in alcuni passi biblici, può indicare anche una corda.
L’immagine è efficace: la speranza è come un filo di Arianna che, anche nella paura e nell’incertezza, ci impedisce di smarrirci e mantiene aperto il cammino verso il futuro. Non è un ottimismo automatico, né l’ingenua certezza che tutto andrà bene, ma qualcosa di più concreto: continuare a progettare, scegliere e muoversi anche quando la strada non è perfettamente leggibile.
La paura restringe l’orizzonte fino a farci percepire il presente come definitivo. La tiqvah suggerisce altro: il deserto esiste, ma non è tutto il paesaggio.
E qui ritorna Dalí. I suoi orologi deformati suggeriscono che il tempo non è sempre quello uniforme del quadrante. Anche il lessico greco conosce modi differenti di pensarlo: χρόνος (chrónos) e καιρός (kairós).
Χρόνος (chrónos) è il tempo che passa, si conta, si misura: quello delle ore, dei calendari, delle scadenze. Il rischio è finire per misurare la nostra vita sul calendario degli altri.
Καιρός (kairós), invece, è il tempo propizio, il momento che acquista significato. Non chiede soltanto quanto tempo è passato?, ma piuttosto: che cosa sto facendo del tempo che mi è stato donato?
La distinzione diventa particolarmente significativa quando qualcosa si interrompe. Possiamo vivere quel tempo soltanto come chrónos: contare i giorni e desiderare di tornare a ciò che c’era prima. Oppure, senza idealizzare la sofferenza né attribuirle necessariamente un senso, possiamo provare a trasformarlo in kairós: un tempo che, pur dentro una crepa, diventa favorevole.
Non significa pensare che ogni fallimento sia necessariamente un’opportunità o che ogni dolore nasconda un insegnamento. Alcune cose fanno male e basta. Significa qualcosa di più concreto e difficile: non sprecare l’attraversamento.
Se il deserto è arrivato comunque, possiamo interrogarlo.
Che cosa rimane quando viene meno ciò che consideravo indispensabile? Quali scelte continuano ad appartenermi? Quali decisioni sto prendendo per desiderio e quali per paura?
Sono domande scomode. Il discernimento lo è quasi sempre.
Il deserto ha una strana proprietà: riduce. Riduce il rumore, le alternative, le sovrastrutture e, proprio così, può restituire nitidezza. Come sulla strada: quando sei stanco, non puoi portare tutto. Devi decidere che cosa vale davvero il suo peso.
Per questo, a chi attraversa un deserto – scelto o imposto – non augurerei di uscirne presto, ma di non uscirne identico.
Augurerei di conoscere qualcosa in più di sé, di aver capito che cosa vale il proprio tempo, di aver messo alla prova almeno una certezza, di aver lasciato qualche paura fuori dal posto di guida, di aver fatto spazio a qualcosa di importante.
E soprattutto di aver scoperto che cambiare strada non significa necessariamente essersi persi.
Forse è proprio qui che gli orologi di Dalí tornano a parlarci.
Passare da χρόνος (chrónos) a καιρός (kairós) significa quindi smettere di domandarci soltanto quanto tempo abbiamo perso, quanto ne resta o quanto siamo in ritardo rispetto agli altri. Significa chiederci quale significato possiamo dare al tempo che stiamo vivendo.
Non possiamo allungare il tempo. Possiamo però allargarlo: alle possibilità che non avevamo previsto, alle scelte che abbiamo il coraggio di rimettere in discussione, alle versioni di noi stessi che ancora non conosciamo. È qui che kairós e tiqvah si incontrano: abitare pienamente il presente senza confonderlo con l’intero orizzonte del possibile.
Non possiamo prevedere il deserto che incontreremo né fermare il tempo. Possiamo però scegliere che cosa portare con noi, che cosa lasciare e quale direzione prendere.
E, quando le coordinate verranno meno, ricordati due parole semplici: «Non temere».
Alessandro Tacente







