da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Lo scorso 19 aprile moriva a 98 anni lo scienziato inglese Desmond Morris, divenuto famoso nel 1967 col suo provocatorio saggio La scimmia nuda e con altri testi, sempre un po’ inquietanti, come L’animale donna (2004). Detto in modo molto semplificato, egli aveva analizzato il comportamento umano secondo i parametri e le categorie dell’etologia animale. Il pensiero mi è corso a quel metodo scorrendo un ponderoso volume francese che insegue la mutevole percezione del mondo animale in relazione con la figura umana durante il Medioevo. Il tutto è accompagnato da un sontuoso apparato iconografico.
L’autore, lo storico Pierre-Olivier Dittmar ricostruisce quel rapporto che, da un lato esalta la superiorità antropologica rispetto alla “bestialità”, d’altro lato cerca di scavare anche nella nostra animalità, intuendo in modo primordiale la possibilità di un’etologia puramente umana. Sventurata, come al solito, è la donna. Scrive lo studioso: «La misoginia medievale pensa alle donne secondo uno stretto dualismo. Vengono, così, conferite a loro qualità propriamente “bestiali”, sono accostate alla carnalità, dotate di una sessualità pulsionale, mentre gli uomini sono considerati come i garanti della ragione e della padronanza di sé».
A livello antropologico più generale – sempre secondo Dittmar – il cristianesimo medievale tende una cortina di separazione dell’uomo dallo statuto animale, pur non ignorando alcune tangenze: è «l’opposizione tra l’umano e il mostruoso, tra il civilizzato e l’animalità». Detto in altri termini, si tenta di penetrare nel crocevia tra natura e cultura, confermando – contro una “vulgata” stereotipata – che il Medioevo è «un luogo strategico per pensare il contemporaneo». Siamo, così, davanti a una sorta di archetipo del «racconto di fondazione delle nostre società».
È curioso scorrere la sequenza fittissima dei soggetti che entrano in scena ad attestare queste tesi. Solo per rendere l’idea dell’erudizione (necessaria) del testo, facciamo salire sulla ribalta qualche figura: innanzitutto l’apparato simbolico eccitato ed eccitante dell’Apocalisse; la Natura, incarnata da una donna, che forgia gli animali secondo il Romanzo della Rosa; le chimere misteriose e le ardite zoologie che rasentano il mostruoso nella miscela dei generi; gli animali emblemi degli stemmi; il riccio malefico e il levriero salvifico; il cane amato da Tristano e Isotta e l’animalismo biblico, dall’agnello al leone, evidenti incarnazioni di profili umani sacrali. Né si possono dimenticare s. Francesco d’Assisi o Tommaso d’Aquino col loro differente approccio all’umano e all’animale.
È suggestivo ricordare che, aprendo il Salterio, anche nel Medioevo si leggeva: «Uomini e bestie tu salvi, Signore» (Salmo 36, 7). Se si sfoglia la Bibbia, si rimane sorpresi per lo sterminato bestiario che vi occhieggia, ben oltre i citati agnello e Leone. Solo per far comprendere quale repertorio zoologico avessero a disposizione gli artisti, i letterati, i teologi medievali proverò a citare a memoria questa sorta di alfabeto esemplificativo: ape, aquila, bue, cavallo, drago, elefante, formica, gallo, insetti, lupo, lepre, lumaca, mosche, nibbio, orso, pecore, quaglie, rondine, struzzo, toro, upupa, volpe, zanzare…
Come si diceva, l’originalità dello studio di Dittmar è, però, identificare i legami tra umanità e animalità che noi ora sviluppiamo avendo alle spalle la teoria evoluzionistica e approfondiamo parlando persino di “etica animale”, procedendo fino alle tesi di Morris o all’esasperata Liberazione animale del filosofo australiano Peter Singer, incline a ribaltare la visione antica fino ad affermare la superiorità dell’animale sull’uomo. Già nella Gaia scienza(1882) Nietzsche non esitava ad affermare: «Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, che piange, l’animale infelice».
Per aprire uno squarcio significativo all’interno della concezione medievale nella sua forma più popolare citiamo dal volume di Dittmar un racconto un po’ trucido, tratto dal diffuso Romanzo di Alessandro, riduzione in prosa attorno al 1300 di un ciclo di poemi francesi del XII sec. ove dominavano il meraviglioso e l’esotico. Nelle sue conquiste Alessandro Magno si incontra con una popolazione ignota. Per verificare se fosse umana o animale imprigionò un loro giovane guerriero con una giovane donna nuda del suo seguito: se si fosse avventato su di essa tentando di divorarla, sarebbe stato un animale; se invece avesse cercato di possederla sessualmente sarebbe stato un uomo.
Lasciamo la sintesi conclusiva del racconto allo studioso. «La reazione del selvaggio fu inattesa: il prigioniero afferrò la giovane, la strinse a sé senza fare nulla. Quando Alessandro la strappò da lui, il guerriero invece si mise a urlare come una bestia selvaggia… La decisione di Alessandro fu radicale, lo escluse dalla civiltà e lo fece bruciare». Si intuisce quanto lungo sia stato da allora il percorso per approdare a una diversa antropologia (e indirettamente a una etologia), ben definita.







