Il-treno-dei-bambini

Armonia tra «ethos» e «polis»

da “Il Sole 24 Ore” – 17 febbraio 2019 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo il Cardinale commenta “Spiritualità e politica“, un saggio a cura di Luigina Mortari, professore ordinario di Epistemologia della ricerca qualitativa all’Università degli Studi di Verona.

Si narra che Thelonious Monk (1917-1982), l’acclamato pianista e compositore jazz statunitense, animatore con Dizzy Gillespie del bebop dotato di accordi essenziali e percussivi, non di rado interrompesse le sue esecuzioni per un ballo attorno al pianoforte in modo da far echeggiare, verificare e riflettere nell’ideale specchio del suo corpo il ritmo della sua musica. A evocare questo gesto è il filosofo Roberto Mancini dell’università di Macerata, in un suo saggio all’interno di un volume a più voci, offrendone però una diversa interpretazione: l’atto, più che una verifica, sarebbe stato «l’immergersi nella coralità, per sentire che anche il corpo era in armonia con la vita, rivelatasi nel suo movimento più naturale, il flusso materno» vitale. In tal modo si stabiliva anche un ponte di comunicazione-comunione col pubblico che fremeva sullo stesso ritmo.

Questa parabola è adottata per esaltare la tesi che Mancini propone riguardo al tema generale di un libro a più voci, ossia il nesso tra Spiritualità e politica. Contro ogni separazione velenosa nell’individualismo si dovrebbe far sbocciare una «coscienza corale» interumana (politica appunto) la quale, però, non elide ma contempera simbioticamente persona e comunità. E conclude: «Esistere non è cercare di sopravvivere in lotta gli uni contro gli altri, è convivere verso una comunione ancora sconosciuta» che, per altro, ci precede e ci eccede, essendo insita nella coscienza comune e che quindi può generare una società accogliente e democratica.

Certo è che non è facile coniugare i due poli attorno ai quali si confrontano in quest’opera quattro filosofi e due teologi. Se si vuole, il binomio “spiritualità e politica” è il sottotitolo o una declinazione del più ampio e spesso rovente paradigma “fede e politica” nel quale è arduo operare un transito dalla dura “separatezza” esclusivista delle due componenti a una più morbida “distinzione” che è però dialogica. Questo vale anche per le due componenti derivate: da un lato, la spiritualità sembra rimandare alla singolarità, all’intimità personale, mentre, d’altro lato, la politica suppone pluralità, coesistenza, socialità. La proposta di fondo avanzata nelle pagine molto dense e variegate di questa silloge di saggi aspira al trapasso dal confronto dialettico, antitetico e repulsivo per cui i due termini sono un ossimoro, per giungere invece a un’armonia, a un contrappunto, a un duetto nel quale le differenze non si stingono o respingono ma si compongono.

È ciò che in finale al suo saggio auspica il teologo Giuliano Zanchi: «Lo spirituale e il politico devono ricongiungersi tra loro. La spiritualità ha bisogno di riconciliarsi con un’antropologia sottratta agli psicofarmaci del disincanto tecno-scientifico. La politica deve avere nuovamente accesso al dominio della cura economica liberata dagli scaltri contabili del capitalismo globale». L’antropologico e il politico devono essere in grado – come suggerisce l’altro teologo, Luciano Manicardi, priore della Comunità di Bose – di ricorrere alla preposizione tra. È ciò che auspicava Hannah Arendt nel suo Che cos’è la politica (Comunità 1995): «La politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini, tratta della convivenza dei diversi, nasce nell’infra, e si afferma come relazione».

E il teologo sviluppa la trattazione di questa particella minima ma basilare ricorrendo a un ricco palinsesto di autori e temi: dal sacro nell’uomo singolo secondo Simone Weil, alla vita interiore che regge la «politica come professione» per citare l’omonimo saggio di Max Weber (Einaudi 1976), fino alla sorprendente evocazione del Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi (Adelphi 2004), in un caleidoscopio di iridescenze (immaginazione, creatività, coraggio, la parola, la promessa, il limite, la morte). A proposito di convocazioni autoriali, è significativo che anche Ivo Lizzola dell’università di Bergamo si ponga «sulle tracce di Simone Weil» nel suo saggio dedicato alla «violenza senza fine e all’“azione perfetta”».

Il punto di partenza per affrontare questo itinerario sulle orme di una pensatrice così originale e stupefacente è affidato a un emblema appartenente a un testo biblico di sferzante e ironica polemica nei confronti dell’esclusivismo e quindi del rigetto dell’altro, ossia il libretto di Giona profeta. «Siamo tutti nel ventre del pesce con i nostri cuori, menti, memorie e attese – e proprio questa consapevolezza potrebbe farci vivere questo ventre del pesce come la possibilità di una nuova gestazione e di una nuova nascita, mentre i marosi minacciano di sommergerci». In quel ventre ci sono tutte le diversità, una qualità che tutti attraversa in forme molteplici ma che non dev’essere ricondotta a unità uniforme, ma neppure a pluralità dispersa, bensì alla “dualità” dialogica, evitando gli scogli estremi dell’incomunicabilità e dell’assimilazione.

Un’ulteriore formulazione del binomio che regge il volume è proposta da una nota docente dell’Università Roma Tre, Francesca Brezzi, che suggerisce un «abitare diversamente il mondo» attraverso l’ethos, cioè il comportamento etico, e l’oikos, ossia la casa della polis. E lo fa in modo molto suggestivo ricorrendo alla lezione di due figure non propriamente sotto il cono di luce della popolarità anche intellettuale. Da una parte, si fa avanzare sulla ribalta Antonietta Potente, una teologa domenicana ligure, divenuta boliviana tra gli indigeni di quel paese, e già questa esperienza risulta rivelatrice di un oikos che diventa «allegoria della dimensione etica che unisce la materialità col suo senso spirituale e politico». D’altra parte, ecco Joan Tronto, docente all’università di New York, che con altre studiose introduce categorie come quelle della cura e della fiducia.

Così, «la cura diventa un imponente strumento concettuale per qualunque genere di teoria politica», valorizzando tra l’altro anche la vita emotiva nella coesione sociale. A questo punto il nostro sguardo sui saggi contenuti in quest’opera collettanea trova come sintesi e suggello ideale il saggio iniziale di Luigina Mortari dell’università di Verona che è anche la curatrice dell’intero volume. L’intarsio che rivelano le sue pagine ha soprattutto i colori della classicità greca, a partire necessariamente da Aristotele, fondamentale con la sua Etica Nicomachea, e naturalmente Platone coi suoi Dialoghi, ma senza per questo ignorare l’approdo ancora una volta a Hannah Arendt, crocevia per il dibattito in questione.

Il progetto della Mortari è una sorta di efflorescenza con la composizione di una corolla che comprende petali come l’eudaimonía, che è molto più della felicità; la sapienza, che è molto più di scienza o gestione; il bene, categoria inafferrabile ma radicale per la politica; la ricerca dell’essenziale così come il pensare e il sapere che esigono vere e proprie virtù intellettuali; la consapevolezza del limite; la formazione spirituale come requisito per l’esercizio della politica. Con queste e altre dotazioni si potranno compiere nella società le «opere grandi e belle» di cui parla Platone nel Simposio; è il kalopoiein, l’azione e la vita buona e bella a cui esorterà anche san Paolo (2Tessalonicesi 3,13). Ma già Cristo invitava a ergere come vessillo nel mondo kalà érga, le opere belle/buone (Matteo 5,16).