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Valla predica, Lutero confessa

Disputa del Sacramento  Particolare dell’affresco di Raffaello Sanzio nelle Stanze Vaticane

da Il Sole 24 Ore – 5 gennaio 2020 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo il Cardinale Gianfranco Ravasi accosta il breve sermone sul «mistero dell’eucaristia», pronunciato dal grande umanista Lorenzo Valla nel 1457, alla Confessione sulla cena di Cristo di Lutero, composta nel 1528.

Anche chi ha solo pallidi ricordi liceali collega il nome di Lorenzo Valla all’umanesimo quattrocentesco e forse ricorda lo strepitoso colpo di mano con cui – attraverso un’acuta indagine critica – aveva smontato la fake news della Donazione di Costantino a papa Silvestro dell’area romano-laziale, base del potere temporale della Chiesa. Questo falso storico, dalle conseguenze politico-ecclesiali imponenti, era stato demolito dall’opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione la cui pubblicazione critica è programmata nel piano dell’edizione nazionale delle opere di Valla. Una delle tappe di questo progetto è costituita da un breve sermone sul «mistero dell’eucaristia» pronunciato dal grande umanista – che aveva ricevuto almeno gli Ordini sacri minori – nel giovedì santo di un anno non precisato, in una chiesa romana non indicata (forse la basilica Lateranense nel 1457).

È possibile ora leggere nell’originale latino, oltre che nella versione italiana, questo sermone che sarà piaciuto all’uditorio non solo per la sua densità tematica e per la sua nobiltà stilistica ma anche per la sua brevità. Si pensi che in questa edizione occupa solo 5 pagine, mentre tutto l’apparato allegato, rispondente ai più rigorosi e raffinati canoni dell’ecdotica, totalizza oltre 250 pagine! Il merito va all’acribia straordinaria di Clementina Marsico, a cui si associa in appendice Marco Bracali con un saggio «sulle tracce antiche di una spiritualità nuova». Al centro della predica c’è un suggestivo parallelo tra eucaristia e incarnazione, anche se egli confessa di non saper optare tra le due definizioni: è il pane che si trasforma in Dio o è Dio a trasformarsi in pane.

Pur essendosi affacciato già a partire dalla teologia del XII secolo, Valla non adotta mai, al riguardo, il famoso termine «transustanziazione», sulla cui modalità di attuazione si era impegnata, con un ingente dispendio di energie intellettuali, la riflessione medievale. Il citato parallelismo con l’incarnazione di Cristo sembrerebbe, a prima vista, incrinato dalla ripetibilità dell’eucaristia che è ininterrottamente celebrata, mentre l’ingresso del Figlio di Dio nella carne è eph’ hapax, «una volta per sempre», come afferma la neotestamentaria Lettera agli Ebrei. La soluzione offerta dall’umanista, oltre che al rimando alla molteplice e reiterata presenza del Risorto secondo i racconti evangelici, è affidata a una curiosa sequenza di analogie naturali che lasciamo scoprire al lettore.

Il teologo, poi, lascia spazio all’oratore appassionato che esalta l’intima comunione tra l’uomo e il suo Dio attraverso un segno così “sperimentale” e disponibile a tutti, com’è il pane e il vino. È l’anticipazione di quella divinizzazione finale che la creatura umana vivrà nell’escatologia: «L’uomo, nutrito di pane, fatto di fango, sale sopra i cieli ed è reso Dio!». Ed è suggestivo che la clausola del sermone veda ritornare in scena il filologo Valla che illustra la semantica greca della parola «eucaristia», cioè ringraziamento.

Nei suoi Discorsi a tavola Lutero tesseva un elogio del Valla come bonus autor et bonus christianus… Is coniunxit pietatem cum litteris, anzi, nessun altro italiano seppe dare frutti preziosi quanto lui. Sulla base di questo elogio accostiamo alla predica del cattolico romano Valla una ben più monumentale e sontuosa Confessione sulla cena di Cristo del celebre riformatore, composta nel 1528, punto terminale di una traiettoria tematica che si era snodata per un decennio, a partire da un sermone del 1519. Antonio Sabetta, che cura la prima versione italiana del testo, in apertura ricostruisce in modo molto accurato proprio quella traiettoria, mostrando quanto il sacramento dell’altare sia stato considerato da Lutero non solo «il nostro più grande tesoro» (così in un suo sermone del 1522), ma anche un dato da approfondire a livello esegetico-teologico e da tutelare vigorosamente contro le deviazioni dottrinali.

Lo scritto luterano è articolato a trittico, ed è interessante seguirne il percorso perché il dettato, da una parte, mobilita le risorse della sua fiera intelligenza speculativa, d’altra parte, non esita a svelare nelle sue pagine la spezia della polemica e della vivacità stilistica. Interessante al riguardo è la prima sezione che raccoglie le fila di un annoso contrasto con Zwingli, il noto riformatore svizzero. Costui sosteneva un’interpretazione allegorica e meramente simbolica delle parole di Cristo nell’ultima cena, sostituendo al «Questo è il mio corpo» pronunciato sul pane, un «Questo significa il mio corpo». Si dava, così, la stura a un’ermeneutica votata all’esclusione di una presenza «sacramentale», reale ed efficace, per una concezione figurata, attuata nella comunità ecclesiale, radunata attorno alla Parola divina.

Per sostenere la sua tesi, Lutero procede a una disamina puntigliosa dei passi neotestamentari che descrivono la cena del Signore, quelli dei tre Sinottici (Matteo, Marco e Luca) e di Paolo nel c. 11 della Prima Lettera ai Corinzi: è suggestivo scoprire l’attrezzatura esegetica di cui dispone il riformatore, dispiegata contro quelli che egli bolla come Schwärmer, «fanatici», satanicamente «entusiasti» delle loro degenerazioni ideologiche. È questa la seconda tavola del trittico, che si conclude con una terza parte che dà il titolo all’insieme, cioè con una «confessione» di fede proclamata in prima persona, in forma molto incisiva e, come sempre, battagliera.

In sintesi, possiamo dire che sull’eucaristia Lutero è sostanzialmente «cattolico». Come egli dichiara a suggello della seconda sezione della sua opera, il pane eucaristico «non è più il semplice pane che si cuoce nel forno, ma “pane-carne” o “pane-corpo”, cioè un pane che è diventato un’unica realtà sacramentale e una sola cosa con il corpo di Cristo. Lo stesso dicasi per il vino nel calice: non è più semplice vino nella cantina, ma “vino-sangue”, cioè un vino che è divenuto con il sangue di Cristo una sola realtà sacramentale». Questa edizione italiana è conclusa da una ricca postfazione del teologo Giuseppe Lorizio sulla «teologia e spiritualità eucaristica in Martin Lutero». Essa si apre con un’evocazione dei due affreschi stupendi di Raffaello a soggetto eucaristico nella Stanza della Segnatura e nella Stanza di Eliodoro in Vaticano. Un’evocazione suggestiva che meriterebbe un’analisi specifica ora, alle soglie del centenario della morte dell’Urbinate (1520), sulla quale contiamo di ritornare in futuro nelle pagine del nostro supplemento.