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I primi passi di quel «Cresto»

da Il Sole 24 Ore – 19 gennaio 2020 – di Gianfranco Ravasi.

Il Card. Gianfranco Ravasi narra della storia della cristianità delle origini attraverso uno scritto di Plinio il Giovane.

Una coppia differente di volumi, apparsi in contemporanea, offre l’occasione per gettare uno sguardo su due momenti della storia della cristianità delle origini. Il primo testo ci conduce agli albori stessi della nuova religione e del suo presentarsi sulla ribalta pubblica. Si tratta della celebre lettera (catalogata X, 96) che Plinio il Giovane, nipote del naturalista Plinio il Vecchio (del quale descriverà la tragica fine nell’eruzione del Vesuvio dell’agosto 79), indirizza all’imperatore Traiano, segnalandogli il pericolo rappresentato dal sorgere di una setta che si riferiva a Cristo e che egli bollava come «una superstizione perversa e sfrenata».

Scegliamo all’interno della denuncia piuttosto articolata e del consiglio richiesto all’imperatore sulla prassi giudiziaria da adottare (Plinio aveva iniziato allora – siamo attorno al 110-111 – a ricoprire la carica di governatore del Ponto e della Bitinia) un paragrafo interessante, ricorrendo all’edizione antologica dell’epistolario pliniano che Giulio Vannini ha eseguito selezionando 50 delle oltre 350 lettere a noi giunte e offrendole con l’originale latino a fronte. Era loro «consuetudine riunirsi prima dell’alba di un giorno stabilito [la domenica], recitare a turno un inno a Cristo come se fosse un dio e impegnarsi con un giuramento non a compiere un qualche delitto, bensì a non commettere né furti, né rapine, né adulteri, a non tradire la parola data e a non negare la restituzione di un deposito se fosse stato loro richiesto. Al termine di queste cerimonie se ne andavano e si ritrovavano per consumare un pasto, usuale e innocuo».

Era, dunque, già consolidata una prassi liturgica cristiana specifica che comprendeva un’innologia, variamente interpretata dagli studiosi (antifonale, responsoriale, battesimale?), e soprattutto un banchetto comunitario, l’agape eucaristica. Alla dimensione cultica Plinio aggiunge anche quella etica che rende la primitiva comunità cristiana esemplare agli occhi stessi di un pagano. L’attestazione è particolarmente rilevante anche per una ragione storica: è la prima testimonianza esterna dell’esistenza del cristianesimo strutturato. Essa precede di una decina d’anni il famoso passo degli Annali di Tacito (XV,44) in cui lo storico romano evoca l’incendio di Roma ad opera di Nerone nel 64, segnalando che l’imperatore «dichiarò colpevoli e votò ai tormenti più atroci coloro che il volgo chiama Crestiani… i quali prendevano il nome da Cresto, condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio». Poco dopo, sarà Svetonio nel suo profilo dell’imperatore Claudio a riproporre la figura di “Cresto”, considerato un personaggio sedizioso attraverso la sua comunità di origine giudaica.

Passiamo, a questo punto, a un’altra vicenda cronologicamente posteriore, da collocare però nello stesso II secolo. Entra in scena un personaggio enigmatico, l’armatore Marcione, originario del Ponto, giunto a Roma attorno al 140, regnante Antonino Pio. Abbiamo, in questo caso, l’emergere di un fenomeno che ripetutamente scuoterà la Chiesa delle origini, quello che viene classificato come «eresia», un concetto in realtà molto complesso e polivalente. Accolto dalla comunità cristiana romana, Marcione ben presto si rivela un protagonista del dissenso dall’ortodossia dominante, al punto tale da creare una frattura che lo spinge a lasciare Roma per predicare il suo verbo nell’area mediterranea.

La tesi centrale della sua dottrina può essere rubricata in modo semplificato come un dualismo. Da un lato, c’è il Dio della Bibbia ebraica, un creatore oppressivo, moralmente arbitrario e rigido tutore della sua giustizia; d’altro lato, ecco il Dio d’amore annunciato da Gesù, che offre una salvezza universale per grazia, attuandola attraverso il sacrificio di suo Figlio che libera l’umanità dalla condanna inflitta dal Dio anticotestamentario. È ovvia, in questa concezione, la radicalizzazione della teologia paolina sulla legge e sulla grazia. Marcione è forse il primo a delineare un canone delle Scritture Sacre autentiche, naturalmente solo neotestamentarie, nel cui cuore è collocato il Vangelo e l’epistolario paolino.

Ora, in questa operazione, che coinvolgerà lungo percorsi molteplici tutta la Chiesa delle origini, il nostro personaggio introduce una sorta di asse evangelico strutturale: è quello che viene definito come il Vangelo di Marcione, modulato e modellato su quello di Luca. Abbiamo la possibilità di leggerlo attraverso la ricostruzione del testo greco ad opera di Andrea Nicolotti che vi accosta una versione commentata nella quale si evidenzia la filigrana testuale originaria. L’introduzione è, invece, affidata a uno dei nostri maggiori studiosi di quell’ambito storico-teologico, Claudio Gianotto. Il Vangelo marcionita è ricomposto criticamente in modo congetturale sulla base delle citazioni e degli stralci a noi giunti attraverso alcuni scrittori cristiani antichi, tra i quali spicca Tertulliano col suo trattato Contra Marcionem.

È, quindi, un’operazione molto sofisticata che – anche attraverso il ricorso a diverse gradazioni grafiche (grassetto, tondo, corsivo) – permette di compiere la lettura di un testo fluido ma molto suggestivo. Questa tessitura rivela certamente la presenza del Vangelo di Luca, adottato e adattato secondo le finalità dell’eresiarca, anche se è arduo definirne le connessioni. Siamo, quindi, su un terreno mobile, ma affascinante per chi vuole affacciarsi su un orizzonte così creativo che si è poi allargato all’imponente riflessione dei successivi Padri della Chiesa. Il famoso studioso tedesco Adolf von Harnack (1851-1930) arrivava al punto di scrivere nel suo saggio dedicato a Marcione che «egli fu la figura più significativa tra Paolo e Agostino». Al di là del giudizio eccessivo, è indubbio che questo personaggio creò una tempesta nella Chiesa col suo dualismo teologico, un concetto ancor oggi inchiodato nella mente di alcuni cristiani, sospettosi nei confronti dell’Antico Testamento.