In queste sere sto leggendo la sua edizione critica del Fu Mattia Pascal di Pirandello e conosco i suoi studi raffinati su Cesare Pavese, i due autori dei quali è uno dei maggiori esperti, curatore delle rispettive Opera Omnia. Ora, però, a sorpresa ho tra le mani un suo libro esegetico-teologico-spirituale di intensa qualità anche per il soggetto adottato, Il silenzio di Dio. Sto parlando di Antonio Sichera, ordinario di Letteratura italiana contemporanea nell’università di Catania.
Ha scelto come base per questa sua particolare “esegesi” una pagina molto forte seguendola nella quadruplice redazione evangelica. È l’ultima sera terrena di Gesù; dopo la cena pasquale coi suoi discepoli, è sceso – oltre il torrente Cedron – in un orto popolato di ulivi, detto Getsemani (“frantoio per olive”). Tra poco giungerà il traditore Giuda con la pattuglia di guardie per arrestare il Maestro. Cristo si ritira sotto un ulivo più lontano a pregare, mentre i suoi discepoli seduti a terra si lasciano avvolgere dal silenzio della notte e dal sonno.
È naturale per Sichera introdurre in filigrana alle sue pagine evocazioni letterarie, a partire dalla novella Tabernacolo di Pirandello inanellando un’emozionante sequenza di autori, compreso l’amato Pavese. Tutti noi, con lui, dobbiamo però privilegiare l’indimenticabile Pensiero 553 di Pascal: «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo. Non possiamo dormire in tutto questo tempo». È, appunto, la prima “agonia” nel senso di “agone”, di lotta con Dio che il Figlio dovrà sperimentare, antecedente a quella suprema della croce sul Calvario. Anche qui incombe il silenzio del Padre che ignora la domanda di non morire: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!».
Il commento-meditazione è distribuito lungo la tetralogia evangelica partendo da Matteo («Il dolente e noi»), facendo subentrare Marco («Davanti al Padre… dimorare al Getsemani»), al quale segue Luca la cui redazione è la più impressionante con quel sudore di sangue (l’ematoidrosi), nota al medico evangelista, fino all’essenziale racconto di Giovanni. Difficile è raccogliere i fili di una lettura intensa che si muove sulle alture di un’ermeneutica persino sofisticata, data l’attrezzatura culturale di Sichera, eppure capace di guidare per mano con passione e calore il lettore che cammina a valle ed entra in quell’orto. Infatti, «Getsemani ci accoglie, stanchi pellegrini o camminatori solerti, lieti di essere al mondo o affaticati dalla vita, tenuti in piedi dalla speranza o abbattuti, magari disperati. Questa notte è capace, infatti, di raccogliere tutte le sfumature della condivisione umana, tutte le tonalità dell’esistenza».
Nella linea di questo invito, mi metto in sintonia con quella filigrana culturale a cui sopra alludevo, mentre scorrevo le pagine così appassionate dello studioso che indossa anche la veste del credente sincero. Due sono le scene che ho rivissuto. La prima mi ha riportato a Gerusalemme nel 1995: si sta celebrando il terzo millennio (simbolico) della città santa, ed eravamo collocati davanti allo sfondo del Monte degli Ulivi. Si stava per eseguire l’unico oratorio di Beethoven, Christus am Ölberge, appunto “Cristo al Monte degli Ulivi”, composto nel 1802-03 su libretto di Franz Xaver Huber, proposto per la prima volta il 5 aprile 1803, rivisto dal musicista ed edito solo nel 1811.
Tre sono i protagonisti: Gesù (tenore), Pietro (basso) e un serafino (soprano), cioè l’angelo che conforta Gesù. Di quest’ultimo è impressionante l’aria con la quale dialoga con il coro, così come è coinvolgente il recitativo tra Gesù e il serafino che lo consola nel momento oscuro del silenzio di Dio. Tra l’altro, è da notare che per Luca la vicenda del Getsemani ha al centro Cristo come perfetto orante. Ci sono ben cinque menzioni della preghiera e il brano è incorniciato con il duplice monito d’apertura e chiusura: «Pregate per non entrare in tentazione!».
Più vicino nel tempo è l’altra scena che mi è affiorata leggendo il volume. Essa ha per fondale un’importante città francese, Tours, a livello “laico” nota come la patria di Balzac; in ambito religioso è celebre invece per il suo vescovo del IV sec. s. Martino, originario della Pannonia e divenuto popolare per il taglio del suo mantello così da destinarne una metà a un povero intirizzito. Là, da cardinale, fui invitato proprio per celebrare questo patrono. Fui, così, condotto anche a visitare il locale Museo e rimasi conquistato da una tela sul Getsemani dipinta da Andrea Mantegna nel 1460: in primo piano domina la pesante corporeità dei discepoli assonnati, mentre in alto, inginocchiato su una rupe lontana, Cristo è quasi sospeso, solitario in orazione col Padre invisibile e taciturno.
Tanto altro suscita la lettura di questa meditazione che segue, però, come si diceva, anche tutti i canoni dell’esegesi e del confronto culturale attualizzante. Il testo greco affiora quando è necessario farlo sbocciare nelle sue iridescenze ermeneutiche, anche in alcuni particolari minimi, come – tanto per esemplificare – nel kaí, “e”, martellato da Marco in 14,32-34. Se è lecito un suggerimento, Sichera potrebbe ora allargare il suo discorso salendo sulla vetta del Golgota per ascoltare e commentare le celebri sette parole di Cristo in Croce (Haydn l’ha già fatto con la sua stupenda esegesi musicale), in particolare quel lacerante ma non disperato «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».







