da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Questa volta la statistica non è fatta per impressionare ma per dimostrare in modo rigoroso che cosa sia l’acribia della ricerca (in greco akríbeia significa “precisione meticolosa”). All’interno di una gloriosa collana vaticana intitolata “Studi e testi” appare, infatti, un imponente vaglio documentario: 1199 sono i documenti esaminati, prevalentemente allocati nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, in quella Apostolica Vaticana e nel parallelo Archivio, oltre che nell’Archivio Storico Diocesano milanese; la bibliografia conta 551 titoli; coinvolti a diverso titolo sono 97 figure che vanno da papi come Pio XI e Pio XII a cardinali come Tisserant, Schuster, Montini, fino a un personaggio inatteso come Gabriele d’Annunzio; il tempo della ricerca si è disteso dal 2019 al 2025, anno di pubblicazione dell’opera che assomma quasi mille pagine.
L’autore è una personalità di rilievo anche per le funzioni espletate, Vice-Prefetto dell’Ambrosiana e, poi, Prefetto della Vaticana, le due massime biblioteche ecclesiastiche. Si tratta di mons. Cesare Pasini (1950) che ha alle spalle anche una qualificata competenza nell’ambito della patristica greca e latina e della bizantinologia. Questa volta, però, egli ritorna tra le carte che ha custodito per anni nelle istituzioni sopra citate ai fini della ricostruzione di una vicenda piuttosto incandescente. È vero che nella tradizione giudaica si afferma che «la gelosia (qin’ah) tra gli studiosi accresce la sapienza (hokmah)», ma è altrettanto noto a tutti che le contese dialettiche (ma non solo) tra accademici sono talora metaforicamente sanguinose.
Il duello ora vede coinvolti due attori di primo piano: da un lato, il Prefetto dell’Ambrosiana di allora, Giovanni Galbiati (1881-1966); dall’altro, il cardinale Bibliotecario di S. Romana Chiesa (tale era il suo titolo) Giovanni Mercati (1866-1957) che nel suo passato era stato parte dell’Ambrosiana. Quest’ultimo, senza esitazioni, riteneva inadatto l’altro a governare la Biblioteca milanese, fondata dal cardinale manzoniano Federico Borromeo agli esordi del ‘600, accompagnata anche da una splendida Pinacoteca. Il fondale della lotta è, però, ben più drammatico: si tocca sia la parabola del fascismo (Mussolini era stato in visita all’Ambrosiana nel 1932), sia la grave tragedia della Seconda guerra mondiale che lascerà ferite laceranti anche nell’edificio e nel patrimonio culturale della Biblioteca milanese.
Non possiamo ovviamente ricomporre l’immenso panorama disegnato da Pasini che sa scandire le tappe di questa fiera tenzone a distanza tra i due con una quasi pulviscolare sequenza di testimonianze a favore o contro Galbiati, sostenuto da Pio XI che era stato lui pure Prefetto dell’Ambrosiana quando era solo mons. Achille Ratti. Fu lui a volerlo come successore nella stessa carica nel 1924 consapevole che fosse uno studioso appassionato ma anche una persona desiderosa di dare un impulso più vivace e creativo all’istituzione, forse un po’ sonnolenta, del cardinale Federico soprattutto nella valorizzazione della Pinacoteca. Un’ostilità sottile nei confronti di Galbiati covava, però, negli stessi sacerdoti studiosi del cosiddetto “Collegio dei Dottori” che reggeva la vita scientifica dell’Ambrosiana. Per contrasto, si segnalava l’ingenua ansia di autopromozione del loro Prefetto che aspirava a un seggio persino nell’Accademia d’Italia.
Egli non esitava anche ad attribuirsi artatamente scoperte codicologiche, come nel caso del Vangelo apocrifo arabo di Giovanni, in realtà portato alla luce per primo dal grande arabista svedese Oscar Löfgren. Amava essere circondato da personalità: tipico è il caso di Gabriele d’Annunzio in visita all’Ambrosiana, eccitato dalla possibilità di toccare i capelli biondissimi di Lucrezia Borgia là custoditi (anelito in passato condiviso da Byron e Swinburne). In quell’occasione Galbiati si fa promettere il dono di una teca preziosa per conservarli e il manoscritto dell’Alcione, promesse evaporate nel vento della fantasia del Vate. La svolta per il Prefetto si consuma, però, con la morte del suo patrono Pio XI nel 1939 e coi bombardamenti degli Alleati del 1943 che colpiscono anche l’Ambrosiana.
Il card. Mercati, che mal aveva sopportato l’operato di Galbiati, parte all’attacco, talora persino impetuosamente, sostenuto dal nuovo papa Pio XII. La vicenda si fa ingarbugliata e Pasini la ricostruisce con tutti i colpi di fioretto e talvolta di spadone tra i due, secondo il ritmo dell’attacco e dell’autodifesa e il coinvolgimento di personaggi collaterali ai due contendenti. Un elemento che può oggi stupire è la spada di Damocle della scomunica (sic!) in cui sarebbe incorso Galbiati facendo uscire dall’Ambrosiana manoscritti e dipinti per mostre esterne ed eventi vari senza la previa autorizzazione pontificia, scomunica minacciata secondo un’antica norma esposta, tra l’altro, in Ambrosiana in un’epigrafe.
Si può immaginare lo scontro al calor bianco tra Mercati e il Prefetto che reagisce con veemenza. Siamo nel giugno-luglio 1951 e di scena è ora anche l’arcivescovo di Milano Schuster che deve mediare con Roma, cercando di ottenere le dimissioni di Galbiati per sospendere ogni iniziativa contro di lui. Curiosa è la lettera di resa dalla prefettura dell’Ambrosiana come è comunicata da Galbiati alla sua domestica, il 13 agosto 1951: «Il sacrificio è compiuto… Non pensiamoci più… Adesso siamo almeno liberi! Mi raccomando di stare tranquilla e non farti capire. Non interessarti più dell’Ambrosiana». Negli anni successivi sarà il nuovo arcivescovo di Milano Montini, a creare un nuovo processo di pacificazione dotato com’era di tutte le risorse della diplomazia acquisite nel suo precedente servizio nella Segreteria di Stato Vaticana.







