da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Sessant’anni fa quando ero alunno delle istituzioni accademiche pontificie romane, le aule ospitavano solo maschi sia sulle cattedre sia nei banchi. La grande sorpresa fu quando nel prestigioso Istituto Biblico, dedicato alle scienze filologiche, storico-critiche, esegetiche delle S. Scritture, apparve una donna, una mia compagna di corso e poi collega nella docenza, Maria Luisa Rigato, accolta dall’allora rettore p. Carlo M. Martini, il futuro cardinale di Milano, e subito da noi soprannominata “Miss Biblicum”.
Che la realtà sia cambiata appare da un altro dato personale: in questi ultimi mesi ho ricevuto e ho ora davanti a me sullo scrittoio almeno una dozzina di volumi delle varie discipline teologiche che hanno per autrici figure ormai riconosciute e stimate. Non potendo segnalarle tutte, pesco quasi a caso qualche titolo. Non è chi non veda l’ammiccamento in contrappunto al fortunatissimo Dio dei nostri padri di Aldo Cazzullo, quando una delle più note bibliste, Rosanna Virgili, intitola il suo testo Il Dio delle nostre figlie (Ancora, pagg. 282, € 26,00).
Certo, non si può ignorare la qualità storica della Rivelazione biblica che non è un’aerea e impeccabile sequenza di tesi teologiche ma, appunto, una storia con due attori in dialogo e spesso in dialettica, Dio e l’umanità. Il messaggio trascendente è, quindi, incarnato in coordinate contingenti che non di rado sono sconcertanti e, nel nostro caso, patriarcali (lasciamo al lettore il ricorso nella sua Bibbia, ad esempio, a Qohelet 7,26-28). Tuttavia se si scorre la galleria di ritratti abbozzati da Virgili – da Eva alle matriarche, dalle «madri perdenti e figlie vincenti», alle donne sapienti, fino alla folla femminile evangelica che ha in Maria la sua guida e alla «donna vestita di sole e di sorriso» dell’Apocalisse – per molti la sorpresa sarà forte.
Come scrive l’autrice, forse «è finito il tempo di un Dio maschile, “guerriero”, perché è arrivato il tempo di un Dio della pace annunciato e donato al mondo dal corpo puro e materno delle nostre figlie». Ma scendiamo lungo i secoli e giungiamo al Medioevo. Tra i libri che sono davanti a me estraggo un saggio rigoroso ma anche affascinante: Paola Anna Maria Müller della Cattolica di Milano “dipinge” un volto straordinario, quello di un vero e proprio genio della parola, della visione, del suono, Ildegarda di Bingen, ponendolo all’insegna del titolo Visioni sinfoniche (Carocci, pagg. 232, € 25,00).
Nata nel 1098 nell’Assia renana, divenuta monaca, profetessa, studiosa creativa e compositrice musicale lascerà una testimonianza folgorante nel suo scritto Scivias (contrazione della frase Scito vias Domini, «conosci le vie del Signore»), scandendo il suo percorso ideale nella triade «Vedo, Ascolto e Comprendo», comunicando attraverso la vista e l’udito. Ai lettori indichiamo soprattutto i capitoli che Müller – lasciando spesso la voce a Ildegarda – dedica al transito «dal suono alla parola», all’intreccio tra «armonia e sinfonia» per approdare a un originalissimo «sentire musicale», perché l’anima symphonialis della monaca intuisce nel mondo un’armonia che si rispecchia nella nostra interiorità se ci si lascia percorrere dalla luce e dalla lode. Morirà nel 1179 a Bingen in Assia nel monastero da lei fondato.
A questo punto, davanti a una figura femminile verginale così alta, possiamo dar voce a un’altra studiosa, Federica Candido, dell’Università Roma Tre, che ha voluto tracciare un accurato panorama dei primi tre secoli cristiani riguardo a un tema delicato che coinvolgeva la femminilità e l’ascesi, con donne condotte a Scegliere la verginità (Città Nuova, pagg. 286, € 30,00). È facile intuire che il tema si colloca in uno snodo piuttosto incandescente, quello del binomio corporeità-verginità, secondo la declinazione femminile (ed è suggestivo che il saggio sia di una sposa e madre che dedica il suo lavoro al marito e al figlio).
La ricchissima analisi, segnata perciò da uno sguardo di donna su un orizzonte vicino eppur differente, dopo due capitoli di taglio sostanzialmente metodologico, punta all’orizzonte soprattutto orientale del II-III sec., popolandolo di una folla di figure e di modelli. È il vasto terzo capitolo che risale fino all’epistolario paolino ma poi procede in una sfilata ricca e suggestiva: dalle profetesse alle martiri, dalle vergini tra le mura domestiche alle “maestre” e leader di comunità persino sinagogali giudaiche, da tipologie testimoniali a forme che sorprendono come le lucefore, le apotattiche, le encratite, le virgines subintroductae, e così via.
Nella prassi si inglobavano, così, questioni talora roventi come la concezione della sessualità, il matrimonio e la generazione, la coabitazione tra asceti e persino quell’accesso ai ministeri da parte delle donne che ancora oggi travaglia il dibattito teologico ed ecclesiale. Ma è giunto il momento di concludere entrando proprio nei nostri giorni. E lo facciamo solo citando un importante, raffinato, strutturalmente complesso studio che Maria Nisii, americanista e teologa, riserva a una scrittrice straordinaria come Marilynne Robinson e la sua «teologia del quotidiano» sotto il titolo La casa dell’invisibile(Queriniana, pagg. 256, € 24,00).
La scrittrice dell’Idaho (1943) – che ho avuto la fortuna di ascoltare e incontrare durante un “Cortile dei Gentili” per il dialogo tra credenti e non credenti nell’università di Georgetown a Washington nel 2014 quando Einaudi aveva già tradotto nel 2008 il suo romanzo più noto, Gilead – ha sempre intrecciato, sia a livello personale sia nelle opere, la sua fede cristiana di impronta calvinista con un profondo scavo nelle vicende umane, soprattutto quelle tormentate.







