da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Lo sanno bene i responsabili delle case editrici: una delle imprese più ardue è inventare i titoli dei libri, talora scontentando gli autori, anche perché in questi tempi mediaticamente esplosivi, si deve colpire subito l’occhio del lettore, anche a costo di divagare e persino stridere col contenuto dell’opera. Ebbene, l’autore che ora presentiamo – crediamo poco noto ai nostri lettori – era al riguardo un vero creativo. Prima di svelare chi sia, proponiamo una sequenza di queste titolature che attingiamo alle versioni italiane dei suoi scritti: Autoritratto al radiatore, Un cigolio d’altalena, Una biblioteca di nuvole, L’equilibrista, Prigioniero in culla, Mille candele danzanti, Il Cristo dei papaveri e così via.
La lista potrebbe proseguire con altri titoli più “normali”, destinati a svelare la fisionomia di questo poeta, romanziere, narratore, maestro di spiritualità, di silenzio e di solitudine. Già l’elenco sopra snocciolato fa capire, però, quanto sia stato tradotto in italiano anche se prevalentemente da editori minori (AnimaMundi, Sanpino, CameloZampa, Servitium, Qiqajon, Gribaudi…), mentre in Francia era stato privilegiato nientemeno che da Gallimard. Ora è, però, necessario svelare chi sia.
È Christian Bobin, nato nel 1951 da una famiglia di dipendenti di un’acciaieria, con una madre “disturbata” che gli impedisce ogni contatto con l’esterno, al punto tale che egli confesserà: «Quando voglio vedere la fine del mondo, mi guardo la punta delle scarpe». Si comprende, allora, la verità del titolo sopra citato a cui abbiamo attinto, Prigioniero in culla. L’orizzonte proibito dalla barriera materna (simbolicamente sfondata a 5 anni a colpi di martello contro una parete della sua stanza) è scoperto dal ragazzo valicandolo attraverso la lettura.
Finalmente «il più giovane prigioniero di Francia», come si autodefiniva, si può iscrivere alla facoltà di filosofia a Digione ed è subito una vera e propria epifania: «Ho avuto cinquemila studenti, ma un solo Bobin», riconosceva uno dei suoi cattedratici. Un’epifania di libertà che si svela anche nell’incontro con Ghislaine Marion, una giovane madre di famiglia che sarà la sua guida spirituale, colei che «col suo sorriso ha sciolto le intricate vie dell’inchiostro». Infatti, è da allora che la sua produzione letteraria e religiosa prima stentata si scioglie in un delta di scritti, destinati presto a conquistare un pubblico sempre più vasto e internazionale, anche attraverso il prestigio del citato editore Gallimard.
Noi ci fermiamo qui in questo ritratto minimo per lasciare spazio a un altro ben più sontuoso profilo biografico di Bobin elaborato da chi l’ha conosciuto e incontrato fino all’ultima tappa della sua vita e al testo estremo da lui composto nel 2022, anno della sua morte, non ancora tradotto in italiano dal titolo sempre incisivo e fin provocatorio, Les poètes sont des monstres. Di quelle pagine stupenda è l’epigrafe da lui coniata: «Pigiate la terra fresca della tomba, buttateci dentro blocchi di marmo e cumuli di elogi che appassiranno nella notte: non riuscirete a seppellire un poeta. È impossibile».
Il biografo è un giornalista, Christophe Henning, e il suo è un profilo affascinante perché è sostanzialmente affidato alla voce dello scrittore in una quindicina di lineamenti che sono altrettanti capitoli e ricompongono il volto intimo di Bobin e la via interiore della sua vita. Così, si passa dall’infanzia da prigioniero che già conosciamo alla seconda nascita attraverso l’amicizia con Ghislaine e i suoi tre bambini. Ecco, poi, fiorire la gioia di scrivere che ha tante iridescenze.
Tra queste merita una nota la contemplazione di Francesco d’Assisi, la cui icona poetica è intitolata in francese Le Très-Bas (1992), quasi «L’infinitamente piccolo», com’è stato tradotto in italiano dalla San Paolo, una versione che ha raggiunto già nel 2002 la sesta edizione. Deliziosi e spesso commoventi sono pure i capitoli che Henning riserva a una raggiera di temi costanti nella bibliografia bobiniana: la poesia come lavoro d’ape o come «sangue d’amore color oro antico»; il Dio semplice che respira nel vento, inafferrabile, simile a un sorriso, e Cristo la cui predicazione «è illuminata da verbi poveri: prendete, ascoltate, venite, partite, ricevete, andate».
Ecco, poi, necessariamente l’uomo e la donna con pagine finissime dedicate proprio alla femminilità, così deprezzata dalle religioni, compresa la cattolica. La definizione che il giornalista riserva a Bobin è nel titolo stesso del suo saggio, «poeta della gioia»: essa permette di attraversare anche le prove e ha il suo suggello nell’ora della morte, perché «so dove vado. Vado in cielo». È per questo che l’ultimo capitolo di questa particolare biografia – che sconfina nell’autobiografia dello stesso poeta a causa del costante intarsio di citazioni delle sue parole – è semplicemente intitolato «Resurrezione», che è anche il titolo di un mirabile scritto bobiniano del 2001, Resuscitare (da noi tradotto da AnimaMundi di Otranto, in seconda edizione nel 2018).







