da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
In quella specie di “corte dei miracoli” che popola il romanzo Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo c’è anche un alchimista: nel suo laboratorio campeggia tra le altre una scritta in greco, mega biblíon mega kakón, «grande libro grande male». Il motto, che risale al poeta Callimaco (III sec. a.C.), era stato adottato da una corrente letteraria che amava gli epigrammi brevi, eleganti e incisivi, a differenza dell’epos espanso di tradizione omerica. È ovvio che non sempre questo principio è fondato e che è giusto smitizzarlo.
È ciò che vale per un volume apparso recentemente in libreria: da anni non ricevevo un tomo così mastodontico di quasi 2200 pagine di ampio formato e di fitta lineatura, posto all’insegna di una delle ultime prefazioni firmate da papa Francesco. Il titolo designa esplicitamente il genere: si tratta di un commentario integrale ai 73 libri della Bibbia, non però a pie’ di pagina (il testo sacro, infatti non è riprodotto, per cui sarà necessario avere accanto un’edizione della Bibbia), ma in un discorso continuo di grande efficacia.
Il taglio diventa, perciò, quasi narrativo; eppure tutti i dati esegetici sono evidenti in filigrana, come lo è per la strumentazione preliminare delle introduzioni che delineano le coordinate e l’attrezzatura necessarie per affrontare il successivo viaggio testuale. Per questa imponente operazione, che eredita e trasforma un precedente esperimento intitolato più esplicitamente Grande commentario biblico (1968), è stata convocata una novantina di studiosi anglofoni cattolici secondo le diverse competenze.
Le originalità di questo sussidio sono molteplici ed è difficile documentarle in poche righe. I sondaggi che ho condotto, selezionando i libri biblici più “usati” a livello di lettura personale o comunitaria, ma anche con qualche puntata nei “minori” (ad esempio, il profeta Abdia propone uno scritto di sole 291 parole ebraiche, a differenza di Geremia che si espande in 21.819, e lo stesso vale per alcuni libri neotestamentari), rivelano la capacità significativa di far trasparire tutti i contenuti e i dati che sostanziano il dettato dei vari testi sacri.
La vastità dell’offerta si esprime anche nelle citate introduzioni: sempre per esemplificare, si provi a scorrere le premesse ai Vangeli sinottici globalmente assunti e ai singoli Matteo, Marco e Luca. Un’ulteriore indiscussa originalità è da scoprire nell’altrettanto monumentale apparato di contributi monografici, posti ai due estremi del tomo. In apertura è scontato che siano tracciate le mappe preliminari della geografia, dell’archeologia, della storia e dei vari contesti.
Più inattesi i finali «Articoli generali» sui quali vorremmo soffermarci perché costituiscono una sorta di volume autonomo di teologia e tematica biblica. Così, si ha un vero e proprio nuovo testo che abbraccia l’arco delle molteplici questioni, soprattutto ermeneutiche che spesso travagliano il lettore delle S. Scritture. Solo per esemplificare ecco alcuni percorsi, a partire da quella trilogia lessicale e ideale che definisce l’originalità dei testi sacri: rivelazione, ispirazione, canone. Quante volte, infatti, ci si interroga sull’intreccio tra divino e umano nelle pagine bibliche, oppure si è imbarazzati davanti al perimetro obbligato dei libri biblici e ci si chiede: perché questi 73 e non altri, ricchi di spiritualità, come ad esempio, il Vangelo apocrifo di Tommaso?
La raggiera si allarga lungo tracciati evidenti come quelli del nesso Bibbia e liturgia o quello ecumenico e interreligioso o l’uso pastorale del messaggio biblico «come lampada per i passi e luce sul cammino della vita» (così il Salmo 119,105). Più impegnativa è l’applicazione etica di quel messaggio: interessanti sono le proposte metodologiche qui esaminate e formulate a suo tempo da Fritz Tillman, William C. Spohn e Yiu Sing Lúcás Chan, quest’ultimo morto nel 2015 a soli 47 anni e anche a me del tutto ignoto ma interessante soprattutto per la sua Biblical Ethics in the 21st Century e il ricco ventaglio delle sue ricerche.
A proposito degli interrogativi inediti che la contemporaneità rivolge al testo sacro che è anche – come si è soliti dire – «Il grande codice della cultura occidentale», non mancano le analisi dell’approccio femminista, di quello sociale (caro alla teologia della liberazione), del rimando contestuale (africano e afroamericano, asiatico e latinoamericano) e della sempre più vivace attenzione alla dimensione letteraria delle S. Scritture (suggestive le letture “retoriche” di alcuni passi biblici) sviluppata con molta creatività.
Come comprenderà chi ci ha seguito fin qui, è giustificabile che siano necessarie sia questa folla di studiosi (purtroppo, secondo un vezzo autarchico, le loro bibliografie sono solo in inglese), sia l’enorme massa del volume: chi lo acquista si procura in verità un’intera biblioteca di commentari e di analisi delle varie discipline bibliche, a cui attingere per le più diverse questioni e interrogazioni. Sempre in questa linea e con la stessa imponenza (quasi mille pagine), anche se con un’impostazione specifica possiamo, in finale, segnalare del medesimo editore il Nuovo Testamento letto dagli ebrei, a cura di M. Z. Brettler e A.-J Levine (2023), un’opera sorprendente che vede il coinvolgimento di un’ottantina di studiosi ebrei.







