da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Su questa virtù e sul relativo saggio che la presenta è già intervenuta in queste pagine con la grande finezza e la creatività che sempre sa esprimere Francesca Rigotti (14 dicembre 2025). Vorrei ora ritornarvi con una lettura di taglio più etico-teologico. Nella solenne sfilata delle quattro virtù “cardinali” (“cardini” della morale) è l’ultima, dopo le sorelle maggiori Prudenza, Giustizia, Fortezza. Stiamo parlando della Temperanza. Ben diversa è la sequenza che mette in fila il libro biblico alessandrino (d’Egitto) della Sapienzache la fa avanzare al primo posto, forse respirando l’etica filosofica ellenistica: «temperanza, prudenza, giustizia, fortezza» (8,7). Nonostante il suo nome greco solenne – encráteia, dominio di sé, o sophrosýne, saggezza – nella spontanea accezione tradizionale e popolare è relegata nel settore alimentare (come non pensare per contrasto alla Grande abbuffata di Ferreri?) o sessuale, oscillando quindi tra nutrizione e genitalità.
Ne è consapevole anche uno storico della filosofia e del pensiero politico dell’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, Gennaro Carillo, col suo delizioso saggio inserito nella collana dal titolo emblematico “Parole controtempo” del Mulino. Egli mette avanti subito le mani scrivendo in premessa una sorta di ossimoro: «La temperanza è la più inattuale delle virtù. Eppure in questo consiste la sua forza: non essere solo fuori tempo ma stridere contro il tempo che stiamo vivendo. Contro i sistemi di valore oggi imperanti».
Dimostra poi la sua tesi in modo molto originale attraverso quella che lui stesso definisce una «struttura labirintica» del libro, che è declinato secondo due canoni. Il primo è quello generale, che comprende un’architettura affidata a figure e modelli tipologici e culturali; l’altro è nelle singole pagine che rivelano una filigrana a intarsio ove si incrociano citazioni, evocazioni, rimandi, ammiccamenti letterari e filosofici incessanti. La lettura è, quindi, scandita da snodi puntuali ma al tempo stesso si viene quasi spaesati e ininterrottamente provocati da ramificazioni che pure appartengono al grande tronco strutturale.
Noi ora evocheremo solo qualche soggetto che regge, appunto, l’insieme della trattazione, a partire dal primo lapidariamente titolato «immagini». Questa ricerca iconologica ha sempre affascinato perché era una sorta di commento visivo alle virtù affidato all’incisività delle raffigurazioni, soprattutto in tempi di analfabetismo popolare (si pensi alla missione espletata dalla cosiddetta Biblia pauperum). La trama disegnata dall’autore parte da quell’archetipo dell’arte occidentale che è la Cappella degli Scrovegni di Padova, ove Giotto nel suo ciclo mirabile di affreschi introduce anche la “tenperantia” (sic), collocandola al terzo posto.
Da Padova si passa a Siena nell’altrettanto celebre ciclo del Buono e Cattivo Governo di Lorenzetti, per transitare a quel repertorio barocco insostituibile di immagini che è l’Iconologia di Cesare Ripa, approdando poi al Sacro Eremo di Camaldoli con un soggetto un po’ spiazzante, La porta filosofica, il portale a due battenti commissionato a Claudio Parmiggiani nel 2013 ove – sulla base di un testo del XII sec. del priore Rodolfo – la virtù della temperanza, sorella della sobrietà e della discrezione, è affidata al simbolo vegetale del mirto. Su questa traiettoria iconografica si stende l’analisi suggestiva di Carillo che la trasforma in una prima riflessione tematica.
Da lì il percorso prosegue in tappe più nettamente teoriche nelle quali dominano un autore e un profilo, ma al tempo stesso si assiste a quel palinsesto di rimandi che affiorano in ogni angolo del discorso, come sopra si accennava. La prima applicazione riguarda, dunque, la democrazia e il codice di riferimento è Platone. In essa si inserisce con la sua scomposta ebbrezza Dioniso. Il filosofo «paragona la libertà democratica al vino di cui la polis ha sete insaziabile. Ma è un vino puro, non diluito con acqua. Bevuto oltre il limite del “dovuto” provoca un’ubriachezza molesta». Detto in altri termini, nella vita democratica – e ne siamo ancor oggi testimoni – «occorre che i bollori del dio “pazzo” (Dioniso) siano tenuti a freno dal dio “sobrio” (l’acqua) perché dalla loro “comunione”, si ottenga una bevanda conforme alla misura giusta».
Siamo, quindi, davanti alla funzione “politica” della temperanza, nonostante sia – come la “mitezza” elogiata da Norberto Bobbio in un suo saggio del 1993 – una virtù “impolitica”. Ma Carillo prosegue nel suo discorso allegando un antesignano del «beone selvaggio», Polifemo, puntando così su Omero e giungendo sino a Gadda e al suo veemente Eros e Priapo contro Mussolini, «Dioniso calvo dalla virilità perentoria». A questo punto proponiamo un ultimo soggetto, lasciando al lettore di scoprire altri snodi della costellazione tematica che ruota attorno alla temperanza. Il tema in questione è intitolato «desiderare a vuoto» e fa da parallelo col successivo capitolo ove di scena è il «desiderare il vuoto» con la presenza incisiva e decisiva di Simone Weil.
Il testo di riferimento assunto è il Moby Dick di Melville che anche in questo caso si interseca con la mitologia che mette in azione Tantalo: non per nulla Ahab si infuria per «la vicinanza tantalizing» dell’avversario, la misteriosa balena. Il personaggio mitico è travolto e poi punito per la sua hybris ma anche per la sua insaziabilità, volendo derubare il nettare e l’ambrosia della mensa divina. Carillo insegue anche tutte le variazioni che sul mito vengo intessute, giungendo fino a Dante nel suo pellegrinaggio oltretomba col duplice incrocio dei golosi nel terzo cerchio dell’inferno e nella sesta cornice del purgatorio.
La riflessione si allargherà ulteriormente coinvolgendo anche Aristotele. Da quest’ultimo è assunto «il punto decisivo secondo cui la temperanza presuppone la rinuncia ma non una rinuncia assoluta», piombando in «una soperchievole astinenza». Non per nulla l’apostolo Paolo invitava i cristiani di Tessalonica alla misura: «Voi, figli della luce,… siate svegli e sobri» (si veda 1 Tessalonicesi 5,5-8).







