da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Si dice che il soprannome “Zucchero” gli sia stato assegnato da un maestro delle elementari che lo vedeva sgranocchiare sempre caramelle. Adelmo Fornaciari, nato a Roncocesi (Reggio Emilia) il 25 settembre 1955 – tale è la sua anagrafe – è una figura che confesso di aver desiderato di incontrare perché nelle sue canzoni ho sorprendentemente intravisto un incessante «incrocio tra inferno e paradiso, tra visioni di morte e di speranza, un universo caotico nel quale egli si muove come un peccatore impenitente che cerca redenzione» come scriveva il critico Gino Castaldo.
Ora, però, ho davanti a me nientemeno che Il vangelo secondo Zucchero Fornaciari, una straordinaria esegesi della filigrana religiosa del cantautore eseguita con un’acribia impressionante da un docente dell’università di Pavia, Paolo Jachia che non è nuovo a tali incursioni in territori alieni, fino ad apici nobili come la Bibbia di Freud, di cui già parlammo a suo tempo in queste pagine. Impresa non agevole per Zucchero, anche per la tessitura complessa dei suoi testi. Infatti anni fa confessava: «Sono un impiegato della musica, entro in studio la mattina alle 10 e ci sto fino all’ora di cena. Non sono di quelli che scrivono la canzone fulminante in un raptus alle quattro del mattino».
È interessante notare che la paziente opera di scavo condotta da Jachia nel palinsesto spirituale di Fornaciari è incastonato all’interno di una collana elaborata dall’editrice valdese Claudiana, protesa a intravedere un’analoga filigrana soprattutto biblica in autori sorprendenti come Kerouac, Fo, De Filippo, Totò, e persino il rock’n’roll e Tex Willer. La via adottata da Jachia, dopo aver indicato una sorta di stella polare in Madre dolcissima (1989), considerata «una bussola e un vertice artistico ed evangelico», è di taglio diacronico seguendo la successione cronologica di un settenario testuale che va dal 1987 al 2019.
Il percorso è quasi sempre su un crinale ove spiovono i due versanti del sacro e del profano, talora con l’impressione di una provocazione che fa sussultare e fremere di sdegno gli osservanti rigorosi e forse un po’ rigidi. Basti solo evocare un paio di titoli come Oro, Incenso e Birra (1989) e Spirito diVino (1995), ove l’incrocio tra sacro e goliardia ammettono reazioni antitetiche. Eppure i testi sono significativi e alieni dal gusto blasfemo. Dopo tutto è significativo che in Povero Cristo Zucchero si autodefinisca così: «Sono un pozzo che fissa il cielo, ma perché tutti mi chiedono se credo in Dio. E lui crede in me?».
L’analisi dei testi rivela, così, inattesi squarci di spiritualità, di tensione verso un “oltre” e un “Altro” per cui, ad esempio, l’oro della citata canzone che allora scandalizzò molti è l’amore nel suo lato umano di bellezza e fatica; l’incenso è «la continua ossessione religiosa» del cantante, espressa appunto dalle volute dell’incenso liturgico, e la birra, che spezza l’incanto della formula evangelica della mirra, incarnerebbe la «vitalità prorompente». Si rivela, allora, quell’impasto tra sacro e profano che non necessariamente è solo negativo e ribelle.
Rilevante è già nel titolo il Miserere il cui incipit evoca il celebre salmo 51 biblico: «Miserere, miserere, miserere, misero me», subito in dialettica col successivo «però brindo alla vita» per ritornare poi all’anima primordiale sacra: «Sono un peccatore… Un menzognero… Io sono il santo che ti ha tradito». Come riconosceva nel libro scritto con M. Cotto, Incontri con il diavolo e l’acqua santa (Aliberti 2006), «tutto finisce con la fede in Dio o in qualcosa. Io, lo sai, non credo, ma vorrei ci fosse un aldilà dove appoggiare la chitarra ed essere felice lo stesso».
L’oscillazione tra respiro evangelico e alito umano brilla negli stessi titoli, come ad esempio nel citato Spirito diVino, ove è evidente la polisemia tra il mistico «spirito divino» e il carnale «spirito di vino». E di grazia plena (2006) è un altro titolo di evidente ispirazione mariana, che ha un antecedente nel Così celeste (1995), che rimanda alle “Ave Maria” recitate da lui bambino (tra l’altro, organo e campane sono il basso continuo del disco). Zucchero l’aveva definita «una preghiera anche se pagana» e Jachia spiega che si tratta certo di una preghiera alla Madonna «per ringraziare di quel che siamo e non desiderare più di quello che ci viene dato». Ma, al tempo stesso, lo sfondo evangelico è aperto su una confessione non ecclesiastico-liturgica ma umana, naturale, istintiva.
Tanto altro rivela Jachia facendo scorrere e interpretando tutte le canzoni di Zucchero, coinvolgendo anche l’approccio dei suoi interlocutori non di rado cattolici che in passato l’avevano esorcizzato. Esemplare è l’intervista ad “Avvenire” del 2019 quando senza esitazioni dichiarava di «essere ateo ma in ricerca, alternando il profano col sacro delle canzoni più intime… In ogni canzone c’è una luce, uno spirito, una scia che mi guida». È per questo che soprattutto sulla base delle analisi condotte dallo studioso di Pavia – in un volume curiosamente costellato di frasi in grassetto quasi a favorire una lettura essenziale – che in apertura affermavo il mio desiderio di dialogare con Zucchero, forse all’interno di un “Cortile dei Gentili”, l’istituzione vaticana che ho fondato per il libero confronto tra credenti e non credenti.







