Al cor gentile rempaira sempre amore.
(Guido Guinizzelli)
Della gentilezza si parla poco e, nella vita quotidiana, essa sembra trovare spazio solo di rado. Pur desiderandola profondamente dagli altri, spesso non ci accorgiamo della sua presenza. Si ha l’impressione che la prepotenza abbia preso il sopravvento, diventando protagonista nelle relazioni e nella politica, nella cultura e nell’informazione, nei social e nell’intrattenimento. Emerge una certa insofferenza nella fruizione di film e serie tv di recente produzione, nei quali la violenza gratuita non lascia spiraglio alcuno alla dimensione del senso. È chiaro come sopruso e aggressività abbiano da sempre caratterizzato l’esperienza umana; tuttavia oggi più che mai si avverte la necessità di combatterli, il dovere quasi sopito, ma ancora presente, di resistere in qualche modo. Una possibile risposta alla prepotenza consiste nel praticare la gentilezza, una strada antica ma sempre attuale.
Andiamo dritti al punto: la gentilezza ha a che fare con l’amore. Senza di esso, anche le opere filantropiche più grandi restano senza valore, come afferma Paolo nel celebre elogio della carità nella Prima Lettera ai Corinzi: «se non avessi la carità, non sarei nulla». Ecco, lo stesso può dirsi per la gentilezza, che della carità è espressione concreta. Essa non riguarda il fare, ma il proprio essere, la propria identità in rapporto al mondo. È qualcosa di molto più profondo del mero rispetto delle regole di buon comportamento e non riguarda il semplice evitare di urtare la sensibilità altrui. Men che meno è sinonimo di debolezza.
Ripercorrere la storia di questa parola ci può aiutare a comprenderne l’origine e il perché la usiamo. Gentile viene dal latino gentilis che significa “appartenente alla stessa gens”, alla stessa famiglia. Originariamente il vocabolo ha quindi una connotazione politico-sociale nel contesto della Roma antica. Viene poi rielaborato nel lessico biblico per tradurre il greco éthnē, termine usato per indicare prima i non appartenenti a Israele e successivamente, in ambito cristiano, i non cristiani, assumendo il senso di “pagani”. La Vulgata – la traduzione latina della Bibbia ad opera di San Girolamo – designa infatti questi ultimi con la parola gentiles. È nel Medioevo che si ha il passaggio dalla nobiltà di nascita alla nobiltà d’animo, traghettando il termine verso il senso odierno. Tra i primi a legare la gentilezza non al sangue bensì al cuore è Guido Guinizzelli che, con Al cor gentile, inaugura la corrente stilnovista. Proprio la poesia cambia per sempre il senso di questo termine: la gentilezza non è più ereditata, ma è compagna di Amore. Davvero Guinizzelli compie un’operazione eversiva: in un mondo di caste, dire che il cuore conta più del cognome era rivoluzionario (ed evidentemente lo è ancora)! Si comprende, dunque, il passaggio dall’ambito letterario a quello morale-relazionale per cui anche oggi gentile è colui che è cortese, buono, rispettoso, premuroso. La gentilezza ha subìto un processo di universalizzazione in quanto si è scoperta appartenere all’interiorità di ogni persona. Quali conclusioni possiamo trarre da questa evoluzione?
La gentilezza è un’andatura esistenziale. È un porsi consapevole nel mondo che coinvolge spirito, mente e corpo, ovvero la persona nella sua interezza. Infatti la gentilezza compie l’azione umana, in un certo senso la completa, restituendole integrità e dandole valore. Per chi la possiede è un’accompagnatrice silenziosa, una musa votata alla prontezza, un colore che tinge di attenzione ogni gesto, la decisione intenzionale di dire all’altro “io ci sono e ti vedo”. Tale atteggiamento si lega a quella «pienezza dell’amore del prossimo [che] consiste semplicemente nell’essere capaci di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”», come suggerisce Simone Weil con sguardo profondamente realista. La gentilezza fa fiorire l’umanità della persona perché ha a che fare con la gratuità e la gratitudine. Essere gentili non trova il suo valore nell’utilità o nella produttività, ma nella bellezza; non “serve” e perciò attiene all’essenziale.
La naturale e piena realizzazione dell’opzione esistenziale per la gentilezza è quella di renderla una vera e propria scelta politica. Come ricorda Byung-Chul Han, «la gentilezza verso il mondo consiste nel non trattarlo semplicemente come una risorsa da sfruttare», ma nel riconoscerlo come oggetto di cura responsabile e condivisa. Ne deriva che essa non può coincidere con una resa passiva alle ingiustizie, ma assume piuttosto la forma di una resistenza, di una opposizione innanzitutto alla polarizzazione oggi dominante, che appiattisce ogni dibattito e mortifica la vita, con conseguenze disastrose. Si configura anche come resistenza estetica alla prepotenza mediatica che vuole catturare lo sguardo riempiendolo di non-senso, smarrimento e incertezza, usati come strumenti di dominio. Scegliere la gentilezza significa riscoprirsi tutti appartenenti alla stessa gens, ovvero alla stessa famiglia umana. È principio che completa, rende integro, che ha il coraggio di reintegrare contro ogni disintegrazione. È disposizione dei forti, di coloro che decidono di introdurre ancora nel mondo nuova bellezza, che coinvolga i singoli nel quotidiano fino ai popoli nei grandi cambiamenti epocali.
La gentilezza, allora, si fa principio democratico, se non addirittura rivoluzionario: ribalta l’idea della politica come mera gestione, talvolta violenta, del potere e la riporta alla sua vocazione più autentica, quella del prendersi cura.
Emanuele Bianchetti







