Erasmo e Lutero, campioni di fede e pensiero

da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.

Sono stati due giganti del pensiero, due presenze incombenti nella storia, nella religione e nella cultura, entrambi agostiniani come papa Leone XIV: Erasmo da Rotterdam (1469-1536), figlio illegittimo di un sacerdote, e Martin Lutero (1483-1546), futuro sposo di una ex-monaca. Essi intrecciarono i loro percorsi intellettuali e teologici, aggrovigliandoli anche nelle reti della polemica. È il caso di due saggi la cui tensione reciproca è evidente già nel titolo, l’erasmiano Il libero arbitrio e il luterano Il servo arbitrio. Entrambi gli scritti sono citati e sintetizzati nel Lessico delle opere teologiche che un gruppo di studiosi tedeschi ha allestito elencando i testi teologici considerati capitali nella storia della cristianità (Queriniana 2015).

In verità tra i due protagonisti si erano sempre alternate stima e diffidenza, ammirazione e sorveglianza. La svolta dialettica fu scandita proprio quando a Basilea nel 1524 fu stampato il De libero arbitrio e Lutero reagì aspramente definendolo un libello inerudito, generatore di fastidio, pure avendone letto solo due “quaterniones”, incapace di procedere oltre. Effettivamente lo scritto di Erasmo era una freccia acuminata piantata del cuore della riforma teologica luterana, ossia la questione della libertà umana e della grazia divina.

Abbiamo ora a disposizione una nuova versione delle due opere, poste in contrappunto, coi due testi latini a fronte curati rispettivamente da Domenico Lassandro e da Elisa Tinelli e con una preziosa introduzione, note e commento di Francesco (Franco) Buzzi, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Esse si collocano nella Corona Patrum erasmiana che ha sede in Torino, la città ove Erasmo ottenne il dottorato nel 1506. Seguiamo sinteticamente i due itinerari, partendo dal tema del libero arbitrio. La riflessione erasmiana, com’è prassi della teologia cristiana, si basa sul dossier del S. Scritture, vagliate nella loro complessità che può contenere anche posizioni antitetiche.

Subentra la “diatriba”, cioè la discussione che ha il suo nodo decisivo nella volontà libera umana, indebolita ma non estinta dal peccato originale, insito nella persona, e che esclude (con Lutero) ogni autosalvazione umana. La redenzione operata da Cristo ha “ri-creato” l’uomo che ritrova la sua identità per cui grazia divina e libera volontà umana si muovono di concerto come causa prima e causa seconda. Dio stimola il libero arbitrio e lo conduce a pienezza, ma non gli toglie la possibilità di decidere se accettare o rifiutare la salvezza, possibilità insita della libertà umana. Senza una simile interazione l’atto morale responsabile non sussisterebbe.

Lutero replica con veemenza col suo De servo arbitrio, edito a Wittenberg, l’anno successivo 1525, uno degli scritti più provocanti nella storia della teologia tanto da essere contraddetto da una figura alta del protestantesimo come Karl Barth. In pagine spesso prolisse e ridondanti che hanno solo parzialmente come palinsesto lo scritto erasmiano, il Riformatore ne contesta innanzitutto la base biblica, facendo leva soprattutto su testi paolini e giovannei. Lancia, così, una vera e propria pugna contro la scelta mediatrice pacata e raffinata del suo interlocutore, infilzando la libera volontà umana in difesa della grazia divina.

Secondo questo approccio “pugnace”, spesso assertorio, solo Dio possiede un libero arbitrio perfetto. L’uomo ha qualche margine di libertà nel campo profano, ove è in azione la sua ragione, ma non ne possiede nessuno nel rapporto religioso con Dio. Per esemplificare, ci riferiamo come fa Lutero a un passo del profeta Ezechiele ove il Signore dichiara: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (18,23). Da questo asserto Lutero estrae la celebre distinzione radicale tra Legge e Vangelo, tra il «Dio nascosto» e «Dio rivelato».

Il «Dio nascosto, nella sua maestà, opera vita, morte e tutto in tutti», persino nell’empio e in Satana. È alla sua onnipotenza che si rimandano bene e male. Il «Dio rivelato», predicato nel Vangelo, incarnato in Cristo piange invece la corruzione dell’empio e lo redime. Come dice s. Paolo, «in base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio, perché per mezzo della Legge si ha solo la conoscenza del peccato» (Romani 3,20). Il «Dio nascosto» si colloca sul versante della Legge indicando ciò che l’uomo deve fare: ma, debole e peccatrice, la creatura umana non può e non vuole compierla. In ultima analisi, come scrive Buzzi nella sua introduzione, questo Dio «è solo il lato o la controfaccia oscura del volto rivelato di Dio».

E continua: «Il vero interesse della teologia è costituito dal Dio incarnato e crocifisso in Gesù. Perciò Lutero fugge via dal Dio che si cela e trova rifugio nel Dio diventato uomo e che sulla croce si è rivelato». Il binomio «Dio nascosto» e «Dio rivelato» ha in filigrana il contrasto Legge e Vangelo. La grande attesa della fede è sperare che nella luce della gloria del giudizio universale finale si sciolga la tensione tra il «Dio nascosto» e il «Dio rivelato» quando Dio sarà tutto in tutti.

Rimane, comunque, arduo decifrare pienamente il turgore vulcanico del pensiero di Lutero in contrapposizione a quello nitido e pacato di Erasmo.

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