Dalla precarietà del lavoro alla frammentazione sociale, le nuove generazioni si trovano ad affrontare situazioni sempre più sfidanti a livello psicologico e sociale. In un’epoca segnata da transizioni rapide e crisi globali, dove più di 50 conflitti armati infiammano il mondo, a pesare sulle spalle dei giovani è il divario tra le alte aspettative del mondo adulto e la mancanza di punti di riferimento stabili. A completare il quadro si aggiunge l’utilizzo massivo dei social network, finalizzato a restituire un sé realizzato che, spesso, non esiste.
A confermare questo scenario sono i dati. Il Rapporto Giovani 2026, curato dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, indaga ogni anno la realtà delle nuove generazioni con ricerche realizzate da Ipsos su un campione di 8.000 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni e 800 adolescenti tra i 14 e i 17 anni, espandendo poi l’indagine anche a livello internazionale. Per i ragazzi l’incertezza è ormai una condizione di partenza, in cui un lavoro fragile allontana l’autonomia e frena la progettazione affettiva. A ciò si aggiungono i recenti dati ISTAT, i quali evidenziano una situazione demografica critica in cui ben 6,6 milioni di cittadini scelgono di non avere figli, frenati principalmente dalla precarietà occupazionale e dal rincaro del costo della vita.
Questa vulnerabilità materiale si riflette profondamente sulla dimensione interiore. In una delle puntate del podcast sul Rapporto Giovani condotto da Roberto Fontolan, in collaborazione con il master Fare radiodell’Università Cattolica, sono emersi a proposito due concetti chiave: mattering e feeling value. Con queste espressioni si definisce il bisogno fondamentale di ogni individuo di sentire che la propria esistenza conta per gli altri e di percepire il proprio valore all’interno della comunità. Quando queste dimensioni vengono meno, i giovani si sentono invisibili. È il fast-food dell’emotività: i social network rischiano di agire come spietati amplificatori dell’ansia, offrendo una gratificazione istantanea legata ai “like” che si sostituisce alla costruzione paziente di un progetto di vita.
Emerge poi, con straordinaria forza, la sensibilità acuta che le nuove generazioni manifestano verso il tema della giustizia. Dal Covid in poi, i giovani hanno sviluppato una sensibilità molto più spiccata su vari fronti, come la giustizia sociale, abitativa e salariale. Si tratta di un valore profondo che oggi viene fortemente tradito dalla precarietà del periodo storico che stiamo attraversando. Questo dato, tuttavia, va letto in maniera propositiva: la forte domanda di equità dei ragazzi non è una protesta fine a se stessa, ma una spinta vitale per ridare fiducia alla giustizia e rifondare le basi della convivenza.
In questo scenario, la ricerca di senso diventa il terreno d’incontro ideale tra credenti e non credenti. Davanti alla frammentazione, la fede non si pone come un dogma rigido, ma come l’attitudine antropologica all’affidamento e alla fiducia nell’altro. È una ricerca condivisa di una bussola spirituale, capace di dialogare con il dubbio laico per dare profondità a quel bisogno di essere considerati e valorizzati che la società dei consumi tende a ignorare.
La sfida odierna è dunque ricostruire un vocabolario della speranza attraverso un patto intergenerazionale. Famiglia, scuola e comunità devono trasformarsi in laboratori di ascolto attivo, aiutando i giovani a ritrovare il proprio centro affinché il domani torni a essere una promessa da realizzare.
Anna Laura Palombo







