La prima cosa che ho notato entrando era il silenzio. La counseling room del Jimmia Women Rescue Center di Nakuru non aveva niente di straordinario: quattro mura, una sedia e quella luce tagliente che solo l’Africa conosce, niente che potesse preparare a quello che quelle mura erano in grado di contenere. Infatti, in quello spazio, nei giorni che seguirono, avrei ascoltato storie che non dimenticherò mai. Sono arrivata in Kenya come psicologa, con una formazione solida e molta curiosità nel sapere cosa, nello specifico, mi avrebbe aspettato lì.
Prima le presentazioni: chi sei, cosa fai, come stai. Poi, inevitabilmente, la domanda: perché sei qui? E da lì, lentamente, le storie entravano nella stanza una ad una. Storie di violenza, di abuso, di corpi e di vite che qualcuno aveva creduto arrogantemente di poter possedere. Non ci ho messo molto a capire che quello che stavo ascoltando non era una serie di episodi isolati, ma era un pattern. Un fenomeno culturale radicato, normalizzato, quasi invisibile nella sua pervasività. Quella comprensione mi ha spinto, il giorno stesso, ad aprire le linee guida nazionali keniote sulla gestione della violenza sessuale, un documento che avrei riletto molte volte nei giorni successivi. Andando avanti, ho iniziato a fare loro una domanda precisa: «Cosa credi potrebbe aiutare le donne qui? Cosa potrebbe cambiare la loro condizione?» La risposta, ogni volta, era la stessa: «Education».
Non era una risposta ragionata, cercata, elaborata. Veniva fuori in modo quasi istintivo, come se fosse già lì, pronta, depositata da qualche parte dentro di loro prima ancora che io facessi loro la domanda. Education, l’istruzione, la cultura, il sapere. Quello che mi ha colpito non era la risposta in sé, bensì il paradosso che conteneva. Queste donne vivono in un contesto in cui l’istruzione femminile non è considerata una priorità né dalla famiglia, né dalla comunità, né, spesso, dalle istituzioni. Eppure, loro sapevano… sapevano che studiare le avrebbe rese libere, economicamente indipendenti, capaci di dire no e di scegliere per loro stesse. Sapevano che l’istruzione sarebbe stato il loro più grande fattore protettivo. Come è possibile desiderare profondamente qualcosa che non hai mai avuto? Come si fa a riconoscere il valore di uno strumento che non ti è mai stato messo in mano? Ho pensato a lungo a questa domanda. E sono arrivata ad una riflessione provvisoria: forse la consapevolezza nasce dalla mancanza stessa. Forse è proprio la scarsità, il vedere cosa succede a chi non studia, il sentire il peso di una dipendenza economica totale, il non avere parole per nominare quanto che ti è stato fatto a generare quella certezza silenziosa.
Paulo Freire, nel suo “Pedagogia degli oppressi”, scriveva che l’educazione o funziona come strumento di integrazione delle nuove generazioni nella logica del sistema esistente, o diventa pratica di libertà, come le storie di queste donne suggeriscono.
Il Kenya dispone di una struttura normativa relativamente avanzata in materia di violenza di genere: il Sexual Offences Act del 2006, il National Policy on Gender and Development, e le Medical Treatment Regulations del 2012, garantiscono cure gratuite alle sopravvissute negli ospedali pubblici. Esistono leggi, protocolli, linee guida cliniche dettagliate su come raccogliere le prove, come ottenere il consenso, come gestire il trauma, eppure le donne continuavano ad arrivare nei Rescue Center.
Questo è il gap che nessuna legge riesce a colmare da sola: quello tra la dimensione formale e la realtà vissuta. E credo che proprio in quello spazio, tra la norma scritta e la vita concreta, si colloca l’istruzione.
Un dato emerge con forza dalle stesse linee guida nazionali: il 60% delle sopravvissute che si presentano nelle strutture sanitarie keniote sono bambine. Non adulte. Bambine. Questo significa che la violenza le raggiunge prima che abbiano avuto la possibilità di costruire qualsiasi strumento di resistenza, incluso, spesso, l’accesso all’istruzione.
La domanda diventa allora inevitabile: se fossero andate a scuola più a lungo, sarebbero ancora lì?
Il documento dedica una sezione significativa al consenso informato, differenziando i protocolli per fasce d’età: dalle bambine tra 0 e 5 anni a quelle tra 6 e 11, fino alle adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Per queste ultime, le linee guida riconoscono che il livello di maturità può avere peso nella capacità di esprimere un consenso. È un’ammissione implicita ma potente: l’autonomia decisionale è legata allo sviluppo cognitivo ed emotivo e quest’ultimo è inevitabilmente legato all’istruzione.
Le barriere alla denuncia raccontano la stessa storia: la non-denuncia è sistematica, non eccezionale. Paura, dipendenza economica, stigma sociale: tutte condizioni che l’istruzione, in quanto generatrice di autonomia, potrebbe ridurre. Nei contesti di emergenza umanitaria le pratiche culturali dannose si intensificano, e il matrimonio precoce ne è forse l’espressione più silenziosa e devastante. Le difficoltà economiche spingono spesso le famiglie a dare in moglie le figlie giovani in cambio di doti o semplicemente per ridurre il peso economico che grava sulla famiglia, trasformando una bambina in una soluzione contabile prima ancora che essa abbia avuto la possibilità di esplorare se stessa. In Kenya tra le ragazze senza alcuna istruzione il 46% si sposa prima dei 18 anni, mentre tra quelle che hanno completato la scuola secondaria la percentuale scende al 6%, un divario che racconta, meglio di qualsiasi argomento teorico, come il valore attribuito a una donna in questi contesti sia ancora fondamentalmente un valore matrimoniale, e come l’istruzione sia uno strumento in grado di sovvertirlo.
Il centro ha un motto: “plant a seed of love”, piantare un seme d’amore. Non portare soluzioni, non salvare nessuno, ma lasciare qualcosa che possa crescere in futuro, una parola, un ascolto, la conferma che qualcuno riconosca il valore di una vita mercificata. È una filosofia che si oppone silenziosamente a tutta la retorica dell’intervento umanitario, e che dice qualcosa di preciso sul tipo di cambiamento che è davvero possibile produrre. Ciò che quell’esperienza ha reso evidente è che la consapevolezza può nascere anche dalla mancanza, che la libertà si riconosce prima ancora di essere stata vissuta, e che l’istruzione non è un privilegio da distribuire ma il presupposto da cui dipende il resto: l’autonomia, la voce, la capacità di costruire una vita che non appartenga a qualcun altro. Forse allora il compito di chi ha avuto accesso all’istruzione non è soltanto usarla per sé, ma restituirla dove è stata negata, con la pazienza e la cura con cui si pianta qualcosa che non si sa se si vedrà crescere.







