Appare ora in versione italiana un originale saggio breve sul tema a opera di una figura altrettanto sorprendente, Franz Jalics (1927-2021), la cui biografia merita di essere sommariamente evocata. Gesuita ungherese, trasferito in Argentina come docente di teologia, negli anni 70 fu sequestrato e torturato per cinque mesi dalla giunta militare. Questa esperienza traumatica lo trasformò in un maestro di spiritualità e umanità, divenendo fondatore – dopo missioni anche negli Stati Uniti – di un centro di meditazione e di dialogo in Germania, meta di pellegrinaggio e di ascolto di molti discepoli.
Introdotte da una delle figure più significative dell’attuale cultura e religiosità spagnola, Pablo d’Ors, le pagine del volumetto propongono una «via alla contemplazione», come si dichiara nel titolo, scandita da una sequenza di tappe, talora poste all’insegna di simboli come «la camera e il balcone», «la benedizione centuplicata», «un piccolo fiore», «cinque minuti di filosofia» e così via. Si tesse così una trama o una mappa che svela i legami della contemplazione con la Bibbia, la filosofia, la mistica, la preghiera, l’esistenza personale, l’attualità. Al termine di ogni tappa-capitolo Jalics ci interpella direttamente stimolando una reazione.
Passiamo ora a un altro vocabolo, anch’esso di matrice latina “ammirare”, da admirari, “guardare con meraviglia”. Il pensiero va a Dante: «Io mi rivolsi d’ammirazion pieno al buon Virgilio» (Purgatorio XXIX, 55-56) ove si intravede la sfumatura ulteriore che celebra la grandezza dell’altra persona. Ebbene, col titolo lapidario Ammirare una filosofa francese Joëlle Zask (Parigi 1959) intesse l’«elogio di un sentimento che ci fa crescere». Esso è l’antipodo dell’invidia, come fa notare Lucia Vantini nella sua prefazione, dopo aver puntualizzato la base (al positivo e al negativo) di entrambe, ossia «lo scarto tra la realtà e il desiderio».
Infatti «ammirare è uno di quei verbi che… rivela una nostra mancanza, ma anche la nostra capacità di lasciarci attrarre dal bene». E se è vero che – soprattutto nell’attuale comunicazione seduttiva e pubblicitaria è facile la caduta nell’eccesso del fanatismo, dovremmo forse condividere qualche volta di più una battuta della Peste di Camus: «Negli uomini, le cose da ammirare sono più di quelle da disprezzare». E se in molti casi è altrettanto vera l’asserzione maligna del Dizionario del diavolo di Ambrose Bierce secondo cui «l’ammirazione è la nostra cortese ammissione che un altro ci somiglia», l’odierna aggressività e l’arroganza informatica dovrebbero essere vaccinate dalla ricca analisi della filosofa dell’università di Aix-Marseille.
Non possiamo evocare la sequenza vivace delle sue riflessioni, capaci di esaltare le varie iridescenze di questa virtù delicata liberandola anche dai fraintendimenti e dalla mitizzazione. Possiamo, però, sottolinearne il suo approdo quando si marca la necessità di una vera «cultura dell’ammirazione» per combattere violenza e superiorità ma anche discernere i falsi simulacri alimentati dalla demagogia e dalla retorica sociale.
Infine, per ricorrere alla classica trilogia, proponiamo un ultimo verbo, “meditare”, per la cui etimologia latina rimandiamo nientemeno che a Leopardi. Nel suo Zibaldone, alla data settembre 1823, annotava che il vocabolo deriverebbe da medeor, “medicare, curare”, quindi sarebbe una sorta di medicina dell’anima. Come accade nel prontuario farmaceutico, enorme è il numero dei prodotti spirituali spesso simili a placebo e forse un qualche caso persino nocivi.
In modo molto libero scegliamo una serie di venti riflessioni su una delle pagine più emozionanti di san Paolo, il canto dell’ agàpe, ossia la carità-amore, presente nel c. 13 nella Prima Lettera ai Corinzi. Ovviamente immensa è letteratura fiorita attorno a questo inno: a farcelo di nuovo meditare stico per stico è ora il pastore metodista Nicola Tedoldi in un semplice libretto ricco di spunti e di applicazioni all’esistenza non solo del credente, invitando a superare ogni lettura “romantica”. Già Testori nel 1991 ne aveva proposto una resa poetica, anche Tedoldi ne tenta in finale una ritrascrizione. Non bisogna, però, dimenticare l’audace (e purtroppo realistico) stravolgimento di George Orwell che in Fiorirà l’aspidistra (1936) ha sostituito alla parola agàpe il brutale vocabolo «denaro»: «… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta… ».







