In dialogo con Damiano Tommasi

Damiano Tommasi è Sindaco di Verona. Ex calciatore professionista, ha legato la sua carriera all’Hellas Verona e alla Roma, proseguendo poi la carriera all’estero – è stato il primo italiano a militare nel campionato professionistico cinese. Al termine dell’attività agonistica è stato Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, Consigliere della Federazione Italiana Giuoco Calcio e membro del Consiglio Nazionale del Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Sposato e padre di sei figli, parallelamente all’attività sportiva ha promosso iniziative educative e sociali, fondando con la moglie una scuola ispirata all’esperienza educativa di Lorenzo Milani e impegnandosi in numerose attività di volontariato e associazionismo.

Guardando alla sua esperienza personale, dallo sport professionistico all’impegno associativo fino all’amministrazione pubblica, quali esperienze hanno davvero cambiato il suo modo di vedere la persona e la società, prima ancora del calcio?

Ho avuto la fortuna di fare un lavoro che mi ha aiutato a capire cosa è essenziale e cosa invece è sorretto dall’impalcatura mediatica, quindi cosa conta realmente. Nella mia carriera ho vissuto critiche, successi, infortuni, momenti molto diversi tra loro: a Roma, per esempio, sono passato dai fischi al successo e poi a un infortunio che mi ha fermato per sedici mesi. Questo mi ha permesso di pesare le relazioni, di vedere chi resta e chi invece sale o scende dal carro a seconda dei momenti. Anche il ruolo di sindaco, da questo punto di vista, ha qualcosa di simile: diventi familiare, una figura che appartiene alla comunità. Ed è una responsabilità grande, perché il sindaco, come il calciatore della propria squadra, viene percepito come “mio”, al di là del voto o dell’appartenenza politica. Forse anche per questo tendo a non rispondere alle critiche: nel calcio l’unico modo per farlo era il campo, e quell’abitudine mi è rimasta, nell’amministrare rispondo con le azioni, con i fatti.

Da calciatore, consigliere FIGC e Presidente AIC, ha conosciuto meglio di chiunque altro i meccanismi del calcio italiano. Dal punto di vista “politico” più che valoriale, è una questione di risorse, di regole, di classe dirigente o di mentalità? Se dovesse dare un consiglio al neoeletto Presidente Malagò, quale leva bisogna attivare perché torni a essere un luogo di crescita, ma anche di risultati?

Dare consigli dall’esterno è sempre facile, e forse anche un po’ inopportuno. Però un dato è evidente: dopo l’eliminazione è cambiato il presidente, cambierà il commissario tecnico e probabilmente anche la direzione tecnica del Club Italia, ma tutto il resto è rimasto quello del giorno prima. Quindi il punto è capire se cambia davvero la volontà di affrontare il sistema. Lo sport, e il calcio in particolare, è un patrimonio sociale e pubblico: non serve solo a produrre risultati, ma può contribuire alla costruzione delle comunità. Il rischio, invece, è che tutto venga giudicato solo in base alla qualificazione a un Mondiale o al numero di medaglie, mentre il compito dovrebbe essere anche costruire sportivi, talenti, ma soprattutto persone. Giovanni (Malagò, ndr) ha dimostrato negli anni di saper coinvolgere le persone, creare entusiasmo e voglia di partecipare: questo è un fattore importante a suo favore. Il limite è che il sistema è molto ingarbugliato e chiuso su se stesso; senza coraggio e senza la capacità di accettare qualche impopolarità interna, è difficile imprimere una vera sterzata.

Ogni generazione tende a dire che “non è più quello di una volta”, vale anche per lo sport e soprattutto per il calcio. Secondo lei è venuto meno il ruolo educativo e di inclusione sociale dello sport o semplicemente si è evoluto insieme alle aspettative e alle speranze che la società vi ripone?

Quando si dice che il calcio o lo sport non sono più quelli di una volta, spesso lo si dice anche perché una volta eravamo più piccoli e più giovani, e quindi tutto sembrava migliore. Detto questo, il sistema sportivo oggi tende sempre più a inseguire il tesseramento e l’affiliazione fin da età molto giovani, con il rischio di restringere troppo presto la formazione dei ragazzi dentro una sola disciplina. In alcuni Paesi, penso per esempio ai Balcani, è più sviluppata una formazione sportiva trasversale: fino a una certa età si praticano più sport, si imparano schemi motori diversi, abilità diverse, modi diversi di stare con gli altri. Se l’obiettivo principale diventa solo sviluppare il talento e provare una strada di successo, quando un ragazzo capisce di non poter arrivare allo sport d’élite o al professionismo rischia di abbandonare tutto. Se invece lo sport è prima di tutto crescita fisica, socialità, prevenzione, salute, capacità di vivere le regole e di stare in squadra, allora il risultato sportivo diventa una parte del percorso, non l’unica ragione per cui si fa sport. Il problema è capire chi oggi ha davvero interesse a coltivare questo obiettivo: le federazioni sono valutate sui risultati, la scuola sul rendimento degli studenti, i centri sportivi spesso sulle iscrizioni. Da un punto di vista pubblico, invece, lo sport dovrebbe essere uno strumento per formare cittadini più preparati e consapevoli. Una persona che fa sport, specialmente sport di squadra, impara ad accettare le regole, a convivere con gli altri, a misurarsi con la fatica e con il limite. Oggi, però, la dimensione del talento resta ancora predominante rispetto a tutto il resto.

Lei ha scelto di investire anche nella scuola, ispirandosi all’esperienza di don Milani. Quando si parla di educazione si dice spesso che si sia rotto il patto tra scuola, famiglia e società. Condivide questa lettura o pensa piuttosto che siamo chiamati a ripensare l’educazione con linguaggi e strumenti nuovi?

Innanzitutto bisognerebbe investire nella scuola: immettere risorse, valorizzare il ruolo degli insegnanti, incentivare la voglia di essere parte di questo processo. Si parla molto di inverno demografico, ma se diminuiscono gli studenti, a parità di investimento, si dovrebbe aumentare la qualità; invece spesso accade il contrario, con accorpamenti e riduzione delle risorse. Al di là degli aspetti organizzativi, però, il nodo è cosa accade dentro la classe. Per me l’educazione non è un’azione, è una relazione. Noi partiamo spesso dall’idea che ci sia qualcuno che insegna e qualcuno che impara, come se l’insegnante dovesse semplicemente trasferire contenuti. Don Milani diceva che, più che chiedersi che cosa bisogna fare per fare scuola, bisognerebbe chiedersi come bisogna essere per fare scuola. Si impara e si cresce attraverso relazioni di qualità: l’insegnante deve avere strumenti, certo, ma deve anche saper ascoltare, provocare domande, generare dubbi, alimentare possibilità. In questo senso mi colpisce molto anche la pedagogia di Loris Malaguzzi: il “cento” c’è già nel bambino, siamo spesso noi adulti a chiudere le possibilità. Oggi l’intelligenza artificiale rende ancora più evidente questa distinzione: se insegnare significasse solo mettere contenuti su un discente, potrebbe farlo una macchina. La differenza dell’insegnante sta nella relazione personale, nel dare un perché alle cose, nel far capire perché si studia, perché si sceglie, perché si cresce. È su questo che il sistema dovrebbe investire: non solo su cosa sanno gli insegnanti, ma su chi sono e su che tipo di relazione riescono a costruire con gli studenti.

La Consulta giovanile del Cortile dei Gentili ha dedicato un percorso al significato della famiglia oggi. Dalle testimonianze raccolte emerge un desiderio profondo di relazioni autentiche, ma anche il timore che precarietà e individualismo rendano sempre più difficile scegliere un progetto di vita condiviso. Lei personalmente vive l’esperienza di una famiglia numerosa, che cosa direbbe oggi a un giovane che si chiede se valga ancora la pena costruire una famiglia?

Credo che oggi la scelta di costruire una famiglia non sia rallentata solo dalle condizioni economiche. Per molti giovani pesi ancora di più una domanda: con chi lo faccio?

Sono aumentati i figli di coppie che si sono separate e molti hanno visto da vicino una genitorialità in crisi. Questo può rendere più prudente la scelta di diventare genitori, perché si cerca non solo un partner, ma una persona con cui costruire una coppia solida anche per un figlio. Io vengo da una famiglia numerosa, ero il terzo di cinque figli, e per me l’esperienza dei fratelli, della sorella, del giocare insieme, del crescere dentro legami forti, è stata una ricchezza enorme. Non avevamo molto, ma avevamo tutto ciò che conta. Oggi, però, la bellezza di avere figli è poco raccontata: si parla molto di difficoltà, violenze, crisi, devianza, e molto meno del valore positivo della genitorialità. Anche il racconto pubblico della famiglia numerosa finisce spesso dentro categorie già pronte: tradizionale, cattolica, ideologica, oppure legata ad altri stereotipi. Invece bisognerebbe tornare a dire, senza imporlo a nessuno, che avere figli può essere una delle esperienze più belle a cui una persona possa ambire. Resta una scelta, e come tale va rispettata, ma l’essere umano ha bisogno non solo di essere curato, ma anche di prendersi cura di qualcuno o di qualcosa. Essere genitori è una forma altissima di questa cura, perché chiede responsabilità, condivisione, fatica, ma restituisce anche una possibilità di crescita continua. Forse chi ha avuto un’esperienza positiva dovrebbe essere più capace di raccontarla senza sentirsi incasellato o giudicato.

In conclusione, sottoponiamo ai nostri ospiti una stessa domanda, che ciascuno è libero di declinare a proprio piacimento. Cosa, oggi, le dà speranza?

Mi danno speranza i giovani. Li vedo molto sensibili, spesso più capaci di empatia di quanto lo siano state le nostre generazioni, e quando si seguono i sentimenti difficilmente si sbaglia. Anche nel rapporto con il lavoro noto una ricerca di priorità diverse: non tutto si misura nello stipendio o nella disponibilità a sacrificare ogni spazio di vita. Questo mi dà fiducia perché, tornando alla prima domanda, mi sembra che i giovani siano molto più bravi di noi a cogliere l’essenziale. Vedo segnali interessanti anche nella partecipazione pubblica: alcuni dati recenti sulla partecipazione giovanile all’ultimo referendum hanno sorpreso molti e credo che sorprese di questo tipo saranno più frequenti di quanto immaginiamo. Nei giovani vedo vitalità, senso di appartenenza, desiderio di essere protagonisti e di prendere in mano la propria vita, pur dentro molte incertezze e molti dubbi. Questa presenza, questa capacità di pensare, dire e partecipare è ciò che oggi mi dà più speranza.

A cura di Giovanni Brusaporco

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