All’indomani della Festa della Repubblica, il richiamo del Presidente Sergio Mattarella alla Costituzione “Casa Comune” offre uno spunto per riflettere, dati alla mano, su uno dei principi fondamentali della Carta: la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica (articolo 9). Un principio che arriva da lontano e che appartiene, in fondo, alla nostra stessa idea di Paese. Non è un caso che sul Palazzo della Civiltà Italiana sia scolpita la formula di un popolo “di artisti, di pensatori, di scienziati”: una formula forse enfatica, ma non priva di verità storica.
Dall’invenzione della pila di Alessandro Volta, che ha aperto la strada all’elettronica moderna, a Guglielmo Marconi, che con la radio ha rivoluzionato la comunicazione globale, fino a Federico Faggin, protagonista dell’invenzione del primo microprocessore commerciale, gli scienziati italiani hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo scientifico-tecnologico e al progresso sociale.
D’altra parte, se guardiamo ai 13 premi Nobel italiani nel campo tecnico-scientifico, 5 di essi (Luria, Dulbecco, Capecchi, Giacconi, Segrè, Fermi), hanno legato gran parte della carriera all’estero, alcuni costretti all’espatrio dalle leggi razziali fasciste; Fermi ha addirittura sfruttato il viaggio a Stoccolma per ritirare il premio per lasciare definitivamente l’Italia e trasferirsi negli Stati Uniti.
Questo dato dato mette in luce uno dei paradossi più evidenti del caso italiano. L’Italia sforna ricercatori di eccellenza, capaci di competere ai massimi livelli internazionali, ma spesso le loro migliori opportunità professionali si realizzano altrove. Non si tratta soltanto della cosiddetta “fuga di cervelli” (brain drain). È la manifestazione di un disequilibrio più profondo: il Paese investe nella formazione, ma fatica a offrire condizioni adeguate perché quella competenza produca valore scientifico, economico e sociale entro i confini.
Nel panorama della ricerca europea, i finanziamenti del Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) rappresentano da anni uno degli strumenti più autorevoli e competitivi per sostenere quella curiosity-driven research che spesso anticipa le grandi trasformazioni scientifiche, tecnologiche e culturali. Eppure, proprio all’interno di questo sistema altamente meritocratico, il paradosso italiano emerge con estrema chiarezza.
I risultati dei bandi ERC del 2025, infatti, mostrano che il numero di progetti finanziati e poi effettivamente realizzati in Italia è inferiore al numero di ricercatori italiani che quei grant li vincono. In altre parole, l’Italia dimostra di saper produrre talento scientifico di altissimo livello, ma fatica a trattenerlo o ad attrarne di nuovo.
Il fenomeno non è esclusivamente italiano, ma assume nel nostro Paese una dimensione particolarmente accentuata, soprattutto tra i ricercatori più giovani; i dati relativi agli Starting Grant, destinati ai giovani talenti nei primi anni dopo il dottorato, ne sono una chiara testimonianza. Al contrario, i sistemi del Centro-Nord Europa continuano a rafforzare la propria attrattività, riuscendo a intercettare talenti da tutto il continente e non solo.

Questi numeri suggeriscono una dinamica precisa: molti ricercatori italiani di successo scelgono, o sono costretti, a portare i propri progetti dove trovano migliori infrastrutture, più risorse, percorsi di carriera più leggibili e istituzioni maggiormente attrezzate ad accompagnare la ricerca di frontiera. Il punto, dunque, non è soltanto quanti ricercatori partono, ma perché partono. Secondo l’indagine CNR – MAECI – un questionario proposto agli italiani con alta formazione che si trovano all’estero nel corso del 2021 – a spingere a lasciare il Paese (push factors) sono soprattutto la difficoltà di fare carriera, indicata da circa due terzi dei rispondenti, di ottenere un posto di lavoro stabile (58%), di trovare un lavoro adeguato alla propria professionalità (57%) e la carenza di fondi pubblici per la ricerca (41%). Al contrario, ad attrarre i ricercatori verso l’estero (pull factors) sono soprattutto le maggiori occasioni di studio e di formazione (64%), le maggiori opportunità di lavoro più stabile (58%) ma anche la disponibilità di infrastrutture di ricerca più avanzate e condizioni di lavoro più favorevoli. Questi elementi trovano riscontro anche in un più recente lavoro d’indagine sulla mobilità internazionale dei ricercatori italiani, realizzato da CNR-IRPPS in collaborazione con il MAECI e pubblicato nel 2025.
Ulteriori elementi emergono da un’indagine sociologica sui ricercatori italiani negli USA pubblicata nel 2024 dal gruppo di lavoro CNR-IRPPS: tra chi non intende rientrare in Italia – 25% circa del campione – prevalgono tra le motivazioni un sistema della ricerca più sviluppato e finanziato (76%), salari più alti (74%) e condizioni di vita più soddisfacenti (70%); tra chi prenderebbe in considerazione di tornare prevalgono invece ragioni personali, a partire dalla nostalgia della cultura italiana (76%) ed esigenze familiari (49%). Colpisce tuttavia soprattutto un dato: circa la metà degli intervistati non sa se rientrare o meno. Questo significa che una parte significativa di questa mobilità non è irreversibile, ma dipende dall’attrattività comparata dei sistemi.
Si tratta di un passaggio decisivo, perché sposta il discorso dalla decisione personale alla politica pubblica. Se molti ricercatori lasciano l’Italia per ragioni strutturali, e se una quota non marginale prenderebbe in considerazione il rientro, allora il punto non è fermare la mobilità — che nella scienza è fisiologica e spesso persino desiderabile — ma costruire condizioni competitive perché il ritorno, o la permanenza, diventino opzioni percorribili.
Indro Montanelli a fine anni Novanta sosteneva che “l’individualità italiana si può benissimo affermare in tutti i campi, anche scientifici. […]. Gli scienziati italiani, i medici italiani, gli specialisti italiani, i chimici, i fisici italiani, quando avranno a disposizione dei gabinetti europei veramente attrezzati, brilleranno. Gli italiani, l’Italia no. L’Italia non ci sarà”. Forse alludeva anche a questo nodo intricato tra potenziale individuale e capacità di sistema, che dopo 80 anni di Repubblica, varrebbe la pena sciogliere.
Giovanni Brusaporco







