Essere connessi non basta, i giovani hanno ancora fame di dialogo

Mi capita spesso di pensare che l’anno della mia nascita, il 1996, rappresenti una sorta di privilegio temporale unico. Mi sento fortunato perché sono venuto al mondo proprio su quel crinale sottile in cui i primi telefoni cellulari portatili iniziavano a popolare le tasche degli adulti e l’era digitale iniziava a cambiare definitivamente il volto della nostra società. Ho avuto la possibilità rara di osservare l’evoluzione mentre accadeva, comprendendo intimamente sia il valore del silenzio analogico sia la velocità della rete. È uno sguardo che parte dalla memoria per arrivare al mio presente, in cui coordino la comunicazione digitale del Ministro per la Pubblica Amministrazione.

Il mio rapporto con la tecnologia è iniziato in modo quasi profetico quando a soli tre anni chiesi un telefonino per poter fare le chiamate dall’asilo. Mio nonno mi adorava al punto che decise di accontentarmi. Ovviamente non si trattava di uno smartphone ma di un apparecchio che per me rappresentava già il potere di una voce capace di viaggiare nell’aria. Ricordo ancora le facce delle maestre che mi sgridavano perché io e i miei amichetti passavamo il tempo a comporre numeri casuali sulla tastiera. Il brivido non era in un gioco astratto ma nel fatto che dall’altra parte rispondevano persone vere, nella meraviglia di sentire una voce sconosciuta che irrompeva nel nostro mondo infantile, un contatto umano imprevedibile che ci regalava un divertimento immenso. Era il nostro primo modo di interpellare l’altrove, cercando un segno di vita reale oltre le mura protette dell’asilo.

Eppure, nonostante quel fascino precoce, la vera vita accadeva in uno spazio fisico ben preciso. C’era il momento di andare a citofonare all’amico per poi correre insieme verso il campetto della parrocchia a giocare a calcio. Le emozioni di quei pomeriggi avevano un sapore che oggi facciamo fatica a trasmettere. C’era l’incertezza assoluta del tempo perché la palla poteva volare oltre la recinzione e non sapevi mai se saresti riuscito a recuperare l’unico strumento che rendeva possibile l’incontro. In quel microcosmo a fare da garante c’era Padre Giuseppe. Lui non era solo il parroco ma il nostro arbitro supremo, l’uomo che con una parola riusciva a sedare le liti più accese sui falli o sui gol contestati. La sua figura incarnava una capacità di mediazione e autorità che oggi sembra smarrita nei flussi orizzontali e spesso polarizzati della rete.

Oggi che mi occupo di strategie digitali istituzionali avverto chiaramente che quel brivido dell’incontro diretto si sta sbiadendo. Essere connessi non basta perché i giovani conservano ancora una fame disperata di dialogo. E nonostante siamo la generazione più collegata della storia rischiamo al contempo di essere la più isolata. Come ricordava il filosofo Martin Buber, ogni vita autentica è incontro. Egli distingueva tra la relazione Io-Esso, dove l’altro è un oggetto di informazione, e la relazione Io-Tu, dove l’altro è accolto nella sua interezza. Il digitale spesso si ferma al primo stadio mentre il dialogo vero richiede il salto coraggioso verso il secondo.

L’etimologia stessa della parola dialogo ci riporta al Logos, quella parola che attraversa e unisce. Nel Vangelo di Giovanni leggiamo che “in principio era il Verbo”, a testimoniare che la comunicazione non è un accessorio della vita ma la sua stessa radice vitale; se il Verbo si è fatto carne significa allora che la parola ha bisogno di un corpo e di uno spazio condiviso per essere pienamente generativa. Spesso ci rifugiamo dietro uno schermo perché è più sicuro e ci permette di controllare l’immagine che diamo di noi stessi, evitando il rischio del pallone che finisce oltre la siepe. Ma è proprio in quell’imprevisto dell’incontro non mediato che nasce la vera crescita umana. La sfida oggi è tornare a essere davvero presenti nel qui e ora. Perché alla fine della giornata nessuna notifica potrà mai eguagliare la bellezza di una voce che ti risponde non perché ha ricevuto una notifica ma perché ha riconosciuto, finalmente, la tua umanità.

Carlos Borrego Meloni Ciocci

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