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Dialogo con l’Islam

da “Il Sole 24 Ore” – 11 marzo 2018 – di Gianfranco Ravasi.

In un edificio piuttosto anodino color ocra, al numero 89 di viale Trastevere a Roma, è ospitato il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, un centro cattolico di eccellenza per lo studio intensivo della lingua araba letteraria e soprattutto della cultura legata all’islam e ai suoi testi fondamentali, un’istituzione internazionale aperta a studiosi e studenti ecclesiastici e laici. Le sue origini, in realtà, risalgono al 1926 a Tunisi e, poi, sempre in Tunisia, a Manouba. Nel 1964, sotto l’iniziale denominazione di Pontificio Istituto di Studi Arabi, verrà trasferito a Roma. Dotato di un’importante biblioteca specialistica, l’attuale Istituto, oltre a una propria rivista scientifica, Islamochristiana, dialoga col mondo arabo musulmano attraverso una serie di collane alle quali abbiamo voluto attingere solo in modo emblematico con due pubblicazioni.

La prima permette di rivisitare nel sogno e nella storia quella splendida capitale che era Damasco, «ville de charme et de poésie», come recita il titolo di questa deliziosa antologia di 12 testi arabi con versione a fronte in francese, inglese e italiano a seconda degli studiosi coinvolti. Per chi, come me, ha potuto trascorrere giorni in quella città quando non si era ancora steso il sudario dell’attuale devastazione in alcune sue parti (pur con la cappa pesante di un regime già allora presente e che si perpetua), leggere la poesia iniziale di Adonis è emozionante: «Tu mi hai fatto un cenno e io sono venuto a te, voce orfana, che si nutre tessendo la sua parola crepuscolare con una lingua maledetta… Sono venuto recando una stella di fuoco eloquente: stella, rendimi i re magi, e tu, fuoco, devasta questo universo di foglie e di vento. Damasco, ombelico dei gelsomini gravidi che effonde il suo aroma come un tetto, in attesa del suo neonato».

Come è noto, Adonis è lo pseudonimo di Alî Hamid Sa‘ir Esbir, un poeta nato in Siria nel 1930, naturalizzato libanese, residente in Francia e creatore di un nuovo modello poetico arabo intriso di venature mistiche e metafisiche ma al tempo stesso trapassato dai raggi luminosi di un dettato simbolico terso e appassionante. Ma l’antologia si muove lungo diversi angoli di visuale che, certo, comprendono anche questo sguardo quasi mitico su una città che appariva come un’oasi paradisiaca a chi vi approdava dopo aver calcato le pietraie desertiche dell’altopiano siriano. È il caso anche di Muhammad Kurd Alî (1876-1953), autore di un’opera che dà il titolo a questa antologia Dimashq, madinat al-sihr wal-si’r, «Damasco, città di fascino e poesia». Ma subito dopo ci si imbatte in un saggio storico, opera di uno studioso egiziano che analizza la conquista di Damasco secondo la strategia degli Arabi invasori e il relativo ripiegamento dei bizantini (in arabo detti al-Rum).

Lo sguardo risale, poi, retrospettivamente a testi del V secolo dell’Egira (XI sec.) che appartengono al genere del fada’il, cioè della celebrazione delle «virtù» o «meriti» di Damasco e di altre città care all’islam. Non può certo mancare la letteratura geografica che si affaccia sulle indimenticabili bellezze monumentali damascene come la celebre moschea degli Omayyadi, gli arabeschi dei getti d’acqua delle fontane, e persino le aromatiche botteghe del caffè. Ma ormai incombe la metamorfosi urbana creata dal «re giusto», l’abbaside Nur al-Dîn, morto nel 1174, che creò in Siria una sorta di stato unitario dotato di monumenti, scuole, palazzi, istituzioni civili e religiose. Il sipario si chiude con una curiosa presentazione del cattolicesimo da parte di uno studioso musulmano, il citato Muhammad Kurd Alî, capace di rivelare una conoscenza e un rispetto inattesi.

Dicevamo di attingere alle ultime produzioni del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica in modo libero e solo esemplificativo. Abbiamo, così, scelto come seconda attestazione un saggio teorico piuttosto impegnativo ma significativo per le inferenze che può rivelare ai nostri giorni. È la ricerca che Ignazio De Francesco (il quale è pure uno studioso di letteratura siriaca) ha condotto all’interno della letteratura islamica sul Lato segreto delle azioni, ossia sull’intenzione soggettiva che regge il nostro agire, in pratica sul rapporto tra coscienza e prassi. Egli parte da un hadit, ossia da un detto o aforisma che apre la raccolta fondamentale nella spiritualità sunnita, il Sahih («autentico») di Muhammad al-Bukhari, nato nell’810 a Bukhara (come dice il suo nome), stupenda capitale dei Samanidi (ora in Uzbekistan). Egli era, però, di origine persiana e morirà nell’870.

Questo motto, che inaugura la serie dei 3450 hadit contenuti in quel testo, afferma: «Le azioni sono solo secondo le intenzioni; a ogni uomo [è imputabile] solo quanto intese fare». Sorprendente questa dichiarazione sul primato della soggettività e, quindi, della coscienza all’interno di un sistema di pensiero che sembra reggersi su architetture dogmatiche fisse che precedono ed eccedono il soggetto. L’imponente e ramificato itinerario proposto da De Francesco non può non partire che dalla via coranica con la sua dottrina sull’incrocio tra fede e obbedienza e sulla retta intenzione, ma si allarga lungo la «pista della pietà», ove si presentano all’appello i vari maestri dei diversi approcci all’ascetismo (lo zuhd) o della «scrupolosità» (wara’), e la «pista del diritto». Quest’ultima è simile a una foresta perché è popolata soprattutto dall’arco variegato degli atti cultuali, ove l’intenzione (niyya) è strutturale per la loro validità, ma che comprende anche i comportamenti sociali.

Religione, etica, diritto – come sempre nella concezione unitaria e simbolica dell’islam – diventano, così, gli snodi di una vera e propria antropologia generale con la quale sarebbe interessante dialogare, lontano dalle brutali reazioni del fondamentalismo ottuso che nulla ha da spartire con questa visione dell’autentico pensiero musulmano. È per questo che è sempre decisivo lo studio e la comprensione seria e approfondita delle fonti. Quando dirigevo la Biblioteca Ambrosiana di Milano, che custodiva per merito del suo fondatore, il «manzoniano» card. Federico Borromeo, e di uno dei suoi Prefetti più famosi, Achille Ratti, il futuro Pio XI, la maggiore collezione di codici arabi in Europa, mi colpiva l’iscrizione araba posta nel vestibolo d’ingresso alla Sala di lettura.

Era un altro hadit tramandato da Sufyan ibn ‘Unyayna (725-811) che suonava così: «Se entri in una sala del tesoro [la biblioteca], vedi di non uscire finché non ne abbia compreso il contenuto». Il dialogo si basa sulla conoscenza e la stessa diversità può rivelarsi un percorso che conduce all’auspicata comprensione e pacificazione finale svelata da Dio nella pienezza dei tempi, come afferma l’importante versetto 48 della sura V del Corano: «A ognuno di voi Dio ha assegnato un rito e una via. Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi un’unica comunità. Se non lo ha fatto, è per mettervi alla prova in quello che vi ha donato. Gareggiate, dunque, nelle opere buone, perché tutti farete ritorno a Dio, e allora egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia».

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Autori Vari, Damas. Ville de charme et de poésie, PISAI – Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, Roma, pagg. 137, s.i.p.

Ignazio De Francesco, Il lato segreto delle azioni, PISAI – Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, Roma, pagg. 498, s.i.p.