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Centenario teologico

Il teologo Karl Barth

da Il Sole 24 Ore – 1 settembre 2019 – di Gianfranco Ravasi.

A questo articolo il Cardinale Gianfranco Ravasi affida il ricordo del teologo Karl Barth e del suo «Der Römerbrief», un commento al capolavoro dell’Apostolo Paolo, la «Lettera ai Romani».

Se «chi non ricorda non vive», come suggeriva Giorgio Pasquali quasi cent’anni fa nel suo saggio Filologia e storia (1920), è necessario ogni tanto voltarsi indietro non solo con la nostalgia proustiana del tempo perduto, ma anche con l’atteggiamento tipico della cultura ebraico-cristiana. Per essa, infatti, il «memoriale» è un atto efficace in cui ci si appropria del passato rivivendolo e proiettandolo verso attese future. È il caso della Pasqua ebraica che nell’ haggadah, cioè nella narrazione dell’evento antico della liberazione dall’oppressione egizia, ripropone nell’oggi della cena pasquale l’atto salvifico divino. È pure il caso dell’Eucaristia cristiana che ripresenta “sacramentalmente”, cioè efficacemente, il corpo di Cristo che si sacrifica per la condivisione e la redenzione della nostra umanità.

Decliniamo, allora, di nuovo questa nobile categoria, in un tempo di smemoratezza, secondo una forma più modesta ma pur sempre significativa rimandando a un centenario che ha inciso anche nella cultura occidentale. Era, infatti, il 1919 quando a Berna un po’ in sordina appariva Der Römerbrief, un commento alla Lettera ai Romani, il capolavoro teologico dell’Apostolo Paolo. A scriverlo era un giovane (33 anni) pastore protestante del villaggio di Safenwil nel cantone svizzero settentrionale di Argovia. L’effetto di quest’opera era stato ben rappresentato dallo stesso autore attraverso una mini-parabola. In una notte tenebrosa un uomo sta salendo la scala ripida di una torre campanaria; incespica in un gradino e spontaneamente s’aggrappa a una corda collegata a una campana. Ed ecco che il silenzio notturno è infranto da un possente suono che dilaga per il paese e per la valle svegliando e allarmando gli abitanti addormentati.

Infatti, quel pastore di una comunità di boscaioli, Karl Barth, era stato subito convocato dalla prestigiosa università tedesca di Göttingen che gli aveva offerto una cattedra. Da lì, negli anni successivi, passerà a Münster e poi a Bonn, ove sarà destituito dall’università a causa della sua ferma opposizione al nazismo che lo costringerà a riparare nella sua Svizzera, riprendendo l’insegnamento nella sua nativa Basilea, ove morirà nel 1968 a 82 anni. Perché quel commento biblico fu così dirompente? Tante sono le ragioni, a partire dal suo scavalcare l’esegesi meramente storico-critica per proporre una lettura più attualizzata e vitale del testo paolino. Il Dio dell’Apostolo è das ganz andere, un «totalmente Altro» rispetto a noi e alle nostre categorie religiose, metafisiche, storiche. Tra noi e Dio c’è una Todeslinie, una «linea di morte» che può essere valicata solo attraverso un ponte che abbia una base, sì, terrena ma che sia capace di approdare alla trascendenza.

Ovviamente questo ponte – al di là dei vani sforzi umani di erigerlo a partire dalla nostra sponda – può essere gettato verso di noi solo dall’altra riva, quella divina. Soltanto Cristo, che è sia Figlio di Dio sia uomo storico, col ponte dell’Incarnazione e della risurrezione, riesce a irrompere nel vecchio mondo della «carne», cioè del limite e del peccato umano per redimerlo. L’autosalvazione dell’uomo attraverso l’etica o la razionalità o il culto è come un volersi estrarre dalle sabbie mobili continuando ad alzare verso l’alto le mani, col risultato di sprofondare sempre più nel gorgo. È solo lasciandoci afferrare, attraverso la fede, dalla mano di Dio offerta in Cristo che veniamo estratti dalla melma del nostro peccato e dalla fanghiglia dell’illusoria autosufficienza proposta dalla religione e dalla morale. La fede è, dunque, affidarsi all’Altro trascendente che ti esorta a gettarti nel vuoto (Hohlraum) di quella «linea di morte» per essere attratto e condotto sull’altra sponda della salvezza e della nuova umanità.

Sul commento primigenio del 1919 Barth lavorerà a lungo al punto tale da confessare nella prefazione alla seconda edizione, uscita nel 1922 a Monaco di Baviera, che della prima stesura «non era rimasta pietra su pietra». È significativo notare che questa riedizione fu tradotta in italiano nel 1962, quarant’anni dopo, da un editore “laico” come Feltrinelli, anche perché si rubricava Barth tra i pensatori dell’esistenzialismo tedesco. Una catalogazione molto approssimativa, come osserverà con acutezza Luigi Pareyson, pronto a sottolineare il teocentrismo, anzi, la concentrazione cristologica dell’opera, lontana perciò dall’antropocentrismo sia pure critico dell’esistenzialismo che, comunque, Barth rifletteva parzialmente nella visione dell’impotenza salvifica della creatura umana peccatrice.

Naturalmente il pensiero del teologo svizzero avrà un’imponente fioritura negli anni successivi della sua ricerca. A lui, infatti, possiamo – con le dovute distinzioni e differenze – assegnare il progetto di una Summa theologiae del XX secolo, alla maniera del non molto amato Tommaso d’Aquino la cui tesi dell’«analogia» come ponte per connettersi con Dio era da Barth considerata “diabolica”. Si tratta della Dogmatica ecclesiale, qualcosa come 13 tomi (a cui si aggiungerà un altro di indici), distribuiti in ben 9185 pagine fittissime, con un lavoro durato 35 anni, dal 1932 al 1967, fino alle soglie della morte. È un’architettura teologica grandiosa che egli – denominandola «ecclesiale» (kirchliche) – voleva considerare come espressione non della dottrina di una scuola di teologia, ma come annuncio dell’intera Chiesa.

È evidente che non possiamo delineare l’impianto di questo edificio non solo teologico ma anche culturale che ha collocato Barth anche nei manuali di filosofia e di storia del Novecento, accanto al suo collega “dialettico” Rudolph Bultmann. Vorremmo solo in finale riferire una sua nota passione, quella musicale, soprattutto per Mozart. Siamo, perciò, tentati di concludere con un passo famoso della sua Lettera al musicista del 1956, pubblicata in italiano sotto il titolo Wolfgang Amadeus Mozart dalla Queriniana nel 1980: «Forse gli angeli, quando sono intenti a rendere gloria a Dio, suonano musica di Bach, ma non ne sono sicuro. Sono certo, invece, che quando si trovano tra loro suonano Mozart, e allora anche il Signore prova piacere ad ascoltarli».