da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Un giorno un giornalista mi chiese quale fosse un personaggio ideale da me desiderato per il “Cortile dei Gentili”, l’istituzione che ho fondato per il dialogo tra credenti e non. La risposta istintiva che mi venne fu quella di Albert Camus, il famoso scrittore francese morto il 4 gennaio 1960 a soli 46 anni in un incidente stradale. Si pensi che il suo primo romanzo piuttosto sconcertante, Lo straniero (1942), è stato tradotto il 48 lingue ed è il terzo testo francofono più diffuso al mondo, dopo il Piccolo principe di Antoine de St.-Exupéry e le Ventimila leghe sotto il mare di Jules Verne.
Per confermare l’attualità di questo autore, stando sempre al romanzo citato, basti solo ricordare le riprese cinematografiche di registi del calibro di Jean Renoir e di Luchino Visconti, che nel 1967 affidò a Marcello Mastroianni il protagonista Mersault. Costui ad Algeri nel 1935 assiste senza emozione al funerale della madre, intesse una stanca relazione con una ex-collega, uccide un arabo senza un perché e accetta la condanna a morte con indifferenza, esprimendo un vuoto esistenziale e morale radicale. Quest’anno il regista francese François Ozon lo ha riproposto in una ritrascrizione filmica originale e intensa di ben due ore.
Dobbiamo, però, segnalare che da poco è stato pubblicato un saggio sul Cristo di Albert Camus, opera di una docente francese di filosofia, Véronique Albanel. Prima di accennare a questo testo molto suggestivo, vorrei evocare per altra via l’interrogazione sulla trascendenza che percorse la ricerca dello scrittore dichiaratamente agnostico. Fondamentale, al riguardo, nella drammaticità della trama e del pensiero è l’altrettanto celebre romanzo La peste (1947). Il confronto dialettico tra il gesuita p. Paneloux e il medico ateo Rieux è – a mio avviso – una sorta di sorprendente “Cortile dei Gentili” attorno al tema incandescente del male. Su di esso si affollerà in quell’opera un piccolo mondo di altri testimoni, dalla popolazione di Orano con le sue vittime al delinquente ricercato Cottard, dall’aristocratico Tarrou al giornalista Rambert e alla sua amante, da chi lotta a chi si rassegna o si stordisce, dall’approfittatore all’incosciente. La peste è la punta di un iceberg letterario e spirituale del mare interiore di Camus, è il suo “Giobbe” intenso e tragico.
Infatti, la domanda sul male presente nella storia e resistente a ogni soluzione filosofica lacererà sempre l’anima di questo scrittore. Nell’Uomo in rivolta del 1951, testo capitale per la sua tormentata ribellione etica all’ingiustizia e all’assurdo della vicenda umana, si legge: «L’uomo deve riparare nella creazione tutto ciò che è possibile. Dopo di che i bambini continueranno a morire ingiustamente, anche in una società perfetta. Col suo più grande sforzo, l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo. Ma l’ingiustizia e la sofferenza rimarranno e, benché limitate, non cesseranno di essere uno scandalo. Il “perché?” di Dimitri Karamazov continuerà a risuonare».
Anni prima, nel 1944, nel dramma Il malinteso egli aveva messo in scena proprio il silenzio di Dio. Nella locanda remota e isolata ove talora la padrona uccide i viandanti per depredarli, un giorno giunge suo figlio, fuggito di casa tanto tempo prima e irriconoscibile, con la sposa Maria. Nella notte la madre, per rapinarlo dei suoi averi, lo assassina senza la consapevolezza di colpire suo figlio. Invano al mattino la moglie Maria grida la sua disperazione a Dio che è simbolicamente incarnato dal servo sordomuto della locanda: «Abbiate pietà di me, ascoltatemi, Signore, abbiate pietà di quelli che si amano e sono stati separati!». E il servo a fatica biascica: «Mi avete chiamato?». Maria: «Aiutatemi, ho bisogno d’aiuto, abbiate pietà e vogliate aiutarmi!». Il servo: «No!». E su questo monosillabo cala il sipario. Un Dio muto, indifferente e distante dal dramma di vivere dell’umanità.
Ritorniamo al saggio di Albanel, ove brilla l’affermazione programmatica di Camus: «Io ho grande venerazione e rispetto davanti alla persona di Cristo e alla sua storia. Non credo, invece, nella sua risurrezione». Egli segue un Vangelo che s’arresta alla croce, che non promette una vita eterna, che non si esaurisce in un giudizio morale ma che si irradia nella storia attraverso una sorta di “mistica solidale”. Fondamentale è il rilievo della corporeità e, quindi, dell’Incarnazione di Cristo che diventa fratello in senso pieno dell’umanità sofferente.
Il sacrificio di sé stesso diventa un emblema di donazione nell’amore, come lo è l’intera vita di Gesù di Nazaret, condivisione piena dell’esistenza umana, soprattutto in quel crocevia incandescente che è il mistero del male e del dolore. In questa luce, pur spogliando Cristo di ogni trascendenza (Camus, però, non ha mai affermato tematicamente l’inesistenza di Dio né l’impossibilità di conoscerlo), e rigettando certe scelte storiche della Chiesa, lo scrittore merita la battuta della Albanel: «Non si può cristianizzare Camus, ma non lo si può neppure decristianizzare».
Concludiamo con una nota dei suoi Taccuini (settembre 1937) che ritorna sulla via dell’amore propugnata da Cristo. «Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima poi scriverei: Conosco un solo dovere ed è quello di amare. A tutto il resto dico no». Sì, perché «questo mondo senza amore è un mondo morto e giunge sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro, del coraggio per reclamare il volto di un essere e il cuore meravigliato della tenerezza».







