In dialogo con Franco Vaccari

“La Pace, o rondine, voli a sera!

Essa è per gli uomini

la primavera.”

Gianni Rodari, 21 marzo

Franco Vaccari, psicologo, è Presidente e Fondatore di Rondine Cittadella della Pace, organizzazione che si impegna per la riduzione dei conflitti armati nel mondo e la trasformazione creativa del conflitto. Dal 1997, in un borgo medievale a pochi chilometri da Arezzo, lo Studentato Internazionale accoglie giovani provenienti da teatri di guerra, attuali o recenti, che accettano di convivere con il “nemico”, aiutandoli a superare la logica della contrapposizione, facilitando, invece, la relazione.

E’ difficile assai districarsi nel quadro “a tu per tu”; lo è ancora di più nel ginepraio delle relazioni internazionali. Simone Weil sostiene che la giustizia dipende dalla particolare facoltà, propria di ciascuno, di rinunciare all’uso della forza. Tuttavia, se questa rinuncia non è reciproca, dove è possibile incontrare l’altro?

Ogni parola è come il palmo della mano: c’è un fronte e un retro. Dipende da cosa intendiamo per “forza”. La forza è un rischio come una possibilità. In questo senso, io forse mi discosto in parte da Weil. Ciascuno è detentore della forza; in quanto tale, si trova a un bivio: esercitare la possibilità di dominio, oppure coltivare la dimensione del servizio. Se intendiamo la forza come energia, questa può essere servizio. Questo perché occorre energia per tendere al bisogno dell’altro, per lavargli i piedi, per accudirlo. Dunque, la forza è energia non da ritirare, ma da trasformare. Non volere che l’altro sia quello che desideriamo, ma, al contrario, mettersi al suo servizio.

Che differenza intercorre fra conflitto e guerra? E’ corretto sostenere che, se le relazioni hanno una loro fisiologia, di cui il conflitto è parte integrante, la guerra ne è la degenerazione patologica?

La seconda parte della domanda è corretta: la guerra è una brutta degenerazione. Al contrario, il conflitto è “produttore di energia”. Il conflitto è all’origine dell’Universo. Ovunque ci voltiamo, il conflitto è energia vitale, fino al conflitto spirituale. Il conflitto è pane quotidiano, non deve far paura. Non bisogna scartarlo, negarlo, evitarlo. Il conflitto è dialogo. Attenzione, però: non è propriamente corretto associare il conflitto alla dialettica. Questo perché “dialettica” è una parola ambigua. In senso hegeliano, la dialettica è la sintesi di tesi e antitesi, nell’ottica dell’avanzamento. Tuttavia, l’avanzamento è per la morte di chi lo ha preceduto. Invece, il conflitto mira alla trasformazione delle differenze in una possibilità di vita. Il conflitto è l’esperienza della fiducia reciproca: tutt’altro che morte!

 Concretamente, che solchi profondi lascia il Metodo Rondine in chi l’ha sperimentato? Può illustrare una storia o un episodio paradigmatici?

 Stiamo misurando l’impatto del Metodo Rondine nei ragazzi e nelle ragazze che vengono da situazioni di guerra o post-conflitto, come nei ragazzi e nelle ragazze italiani e nelle aziende. Il ritorno dice che il Metodo Rondine è un cambio di paradigma. Non cambia il comportamento, ma l’atteggiamento in tutte le relazioni. Penso a una professoressa che aveva sperimentato il Metodo Rondine come insegnante, e che dice di avere ricevuto un riscontro positivo in famiglia, di essere cambiata in meglio come moglie e madre. Questo perché il Metodo cambia la radice del nostro atteggiamento, il comportamento relazionale. Ci sono tantissime storie analoghe. Quando gli insegnanti vengono a fare formazione da noi, non parliamo di didattica, parliamo di loro. Un’insegnante che si era formata a Rondine ci disse che la prima cosa che avrebbe fatto una volta tornata a casa sarebbe stata ritirare la domanda di pensionamento che aveva presentato pocanzi. Le era tornata la voglia di stare in classe. Questo penso dica qualcosa.

Il Cortile dei Gentili promuove il dialogo sui grandi temi e le sfide che interessano la società contemporanea. Rispetto al 1997, anno di fondazione di Rondine, quali particolari nuove sfide si profilano alle nuove generazioni?

L’ordine mondiale sta andando in frantumi, questa non è una profezia. Questa sorta di “mausoleo collettivo” si sta sgretolando. Non è la prima volta che accade. Tuttavia, poiché ci rimettono le persone, i poveri, gli indifesi, non possiamo salutarlo con una semplice filosofia della storia, o una filosofia astratta della crisi. In questo contesto, i giovani stanno restituendo quello che noi non siamo stati capaci di consegnare. Senza entrare nel merito del risultato, penso al referendum costituzionale, oppure al voto in Ungheria: i giovani hanno fatto la differenza, con azioni molto democratiche. I giovani hanno dimostrato più volte che sono capacissimi di protagonismo. Rondine si dedica ai giovani, è al loro servizio. Coltiva il loro protagonismo, affidandosi completamente a loro come spazio di libertà e di responsabilità. È vero, ci sono nuove sfide. Penso al mezzo tecnologico, in cui i giovani, però, sono molto più abili di noi. Non ci sono solo elementi distruttivi, come spesso si dice.

 In chiosa, sottoponiamo ai nostri ospiti una stessa domanda, che sono liberi di declinare a proprio piacimento. Cosa, oggi, Le dà speranza? 

La speranza è “la forma del nonostante”. Non è un’illusione, è fondamento. Mi danno speranza le relazioni che ho la fortuna di avere, nella famiglia, come nel mondo sociale. Mi danno speranza i giovani che si spendono nel dialogo. Mi dà speranza Rondine, un piccolo luogo da cui arrivano ragazzi da tutto il mondo che escono dall’inganno del nemico. Infine, mi dà speranza quel poco di fede che mi è stata consegnata.

A cura di Sofia Marini

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