L’Apocalisse

da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.

Sono 22 capitoli suddivisi in 406 versetti: è l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, un testo dalla presenza insonne nella storia della cultura occidentale, per molti superficialmente inchiodato nella memoria col terribile film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979). Sì, perché quest’opera è spesso considerata semplicemente come un agghiacciante oroscopo di sciagure, ignorando la meta finale della Gerusalemme nuova e splendente che è il vero approdo dello scritto, dopo il travagliato percorso nella galleria tenebrosa della storia che è la trama di ben 20 capitoli.

Per una lettura autentica di questo scritto capitale anche per l’impressionante policromia simbolica e fin musicale (è stato definito palinodia per soli, coro e orchestra) è disponibile ormai un’intera biblioteca alla quale ho collaborato anch’io dopo un’esperienza particolare che merita di essere evocata. Tra l’ottobre 1999 e il giugno 2000 nella rubrica “Frontiere dello Spirito” che conducevo su Canale 5 proposi ogni domenica la spiegazione integrale in brani distinti dell’Apocalisse: emozionante era stata la lettura dell’attrice Mariangela Melato che aveva evitato gli eccessi del letteralismo e conservato il fascino del mistero sotteso.

Ora sono disponibili due nuovi commenti diversi tra loro. Il primo in verità è una riedizione a distanza di decenni (l’originale tedesco è del 1959) di un “classico” approntato da Alfred Wikenhauser (1883-1960) dell’università di Friburgo in Brisgovia. Secondo questo studioso sarebbe l’unico libro profetico del Nuovo Testamento, come si legge nel testo stesso (1,3; 22,7.10). È, però, necessario ricordare che il profeta biblico non è tanto un visionario che pronostica il futuro, ma soprattutto un interprete del presente, decifrandolo nel suo significato profondo e celato sotto il velo fenomenico degli eventi e in tal modo presagisce la meta terminale. L’Apocalisse, allora, non è la descrizione della fine della storia ma del fine, cioè del senso di essa, un senso non di disperazione bensì di speranza.

È, però, necessario aggiungere subito che la modalità espressiva è quella della cosiddetta apocalittica che ebbe una proliferazione enorme nel tardo giudaismo e che ha nell’Antico Testamento il suo emblema nel libro “profetico” di Daniele. Questo genere rivela caratteristiche proprie sia letterarie (soprattutto nella simbologia), sia teologiche, incline com’è a scindere il presente storico posto sotto il vessillo del male e il futuro trascendente messianico. L’Apocalisse, al riguardo, opera una demitizzazione di tale dualismo riconducendo male e bene sempre sotto il giudizio e l’azione redentrice di Cristo.

 In questa luce è prezioso l’altro commento appena edito, opera di un raffinato e creativo teologo di Bergamo, studioso qualificato come attesta la sua ormai vasta bibliografia, Giuliano Zanchi (1967). Illuminanti sono sia il titolo Il bene che vince, sia il sottotitolo «L’Apocalisse, libro di speranza», sia lo stesso avvio del libro con una citazione sorprendente di Marshall McLuhan, convinto che quest’opera non sia «oscurità ma salvezza». Sembra significativo allora accostare una dichiarazione di Andrej Tarkovskij che aspirava a realizzare un film su questo testo sacro tanto affine alla sua sensibilità come attestano i sette film da lui girati: «Sarebbe sbagliato pensare che l’Apocalisse contenga solo l’idea della punizione. Forse la cosa più importante in essa contenuta è la speranza».

Una suggestiva duplice premessa generale offre la strumentazione ermeneutica per avviarsi lungo i sei sentieri d’altura del testo: il prologo, le sette lettere alle Chiese dell’Asia minore (cc. 1-3), i sette sigilli (cc. 4-7), le sette trombe (cc. 8-11), le sette coppe (cc. 12-21) e l’epilogo (c. 22). Senza entrare nel merito delle varie tappe, è da segnalare un dato che diventa filo conduttore: la figura di Cristo incombe su tutte queste pagine incandescenti perché la “Rivelazione” (che, com’è noto, è la versione del greco apokálypsis) è lui che vive e lotta con noi. Infatti, nella distesa ardente del male egli entra in campo incarnandosi e ingaggiando la grande battaglia della croce.

Al di là dello schema delineato, il commento di Zanchi affascina per la sua originalità e intensità anche nelle applicazioni alla nostra storia attuale. In quest’ultima prospettiva raccomandiamo l’importante appendice finale che traccia per “episodi” la presenza attiva dell’Apocalisse nei secoli successivi, fino alla moderna secolarizzazione nell’utopia, nell’ideologia e nel cristianesimo secolarizzato. Curioso è anche il riferimento a Emmanuel Carrère e al suo famoso Il Regno (Adelphi 2015), così come all’«apocalisse senza eschaton» postmoderna, delineata da Ernesto De Martino e che Zanchi definisce come «una fine chiusa in sé stessa, un finale di partita che dopo di sé sa immaginare solo il Nulla».

Per questo far riecheggiare ancora oggi la voce del Veggente di Patmos è decisivo, anche solo come spina nel fianco all’attuale superficialità. Victor Hugo nel suo William Shakespeare era convinto che «ogni uomo ha in sé la sua Patmos. È libero di andare su questo spaventoso promontorio del pensiero ove si percepiscono le tenebre… ove si ha il brivido di posare la mano sulla porta cupa dell’abisso». Ma – secondo l’Apocalisse – là si vede anche sorgere il sole di un giorno che non conoscerà più notte e non saranno necessarie le lampade «perché il Signore Dio ci illuminerà e regneremo nei secoli dei secoli» (22,5).

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