C’è un problema silenzioso che attraversa l’Italia da tempo. Da almeno mezzo secolo, da quando – tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta – qualcosa si è spezzato nel rapporto tra giovani e società. Il nostro Paese sta lentamente perdendo i propri ragazzi. E non si tratta soltanto di quelli che, per formazione o per lavoro, scelgono di lasciare il Paese, che pure sono moltissimi ogni anno. Si tratta di un fenomeno più profondo e radicale che coinvolge l’anima stessa della nazione. Viviamo in un’Italia che invecchia rapidamente, demograficamente e spiritualmente. Siamo il secondo Paese al mondo, tra quelli economicamente avanzati, per età media della popolazione, dopo il Giappone. Ma il dato più preoccupante è l’invecchiamento invisibile, quello che toglie vigore al tessuto vitale della società: la perdita di tensione tra le generazioni, del confronto dialettico che alimenta il cambiamento, del protagonismo giovanile nella sfera pubblica. I giovani sono ormai una minoranza: certo, per ragioni numeriche, ma, ancor più, per una mutata postura esistenziale. Vivono ai margini, culturalmente e politicamente. Spesso esclusi, ma anche spesso rassegnati. La nostra è una stagione ambigua. Da un lato, la politica è diventata purtroppo, nella percezione collettiva (ed anche un po’ nella realtà), un luogo “ostile”, respingente, impermeabile. Non crea spazi di ascolto, non coinvolge, non interpella le nuove generazioni. Dall’altro lato, si avverte una crescente spinta dal basso: i giovani parlano di ambiente, di diritti, di giustizia climatica, di pace. Ma queste istanze, pur vive, faticano a trovare forme strutturate, canali stabili, interlocutori reali. Si infrangono contro un sistema istituzionale troppo autoriferito, verso il quale i ragazzi e le ragazze hanno perso fiducia.
Eppure, c’è qualcosa che manca anche nei giovani stessi. Dov’è finito il coraggio – personale e collettivo – di immaginare il nuovo? Dov’è finito il senso di responsabilità di chi vuole prendersi il rischio di cambiare? Ma, soprattutto: dov’è finito il “conflitto”? Quello vero, necessario, costitutivo del patto intergenerazionale. Quello che ha sempre fatto avanzare le democrazie, che ha rinnovato i linguaggi, rotto le abitudini e gli schemi.
Una società ha bisogno dei suoi giovani per restare viva. Di giovani veri. Dovrebbero essere quella forza irrequieta che scalpita, irrompe e propone. L’Italia, invece, sembra aver prodotto generazioni stanche prima ancora di cominciare. Generazioni sagge, forse le più colte, preparate e affidabili di sempre – ma anche le più rassegnate, anestetizzate, minimaliste. In attesa. Educate all’adattamento più che al confronto, Impaurite dal precariato e dall’essere costantemente sotto scacco, costrette ad attendere. E sì, anche inascoltate. Ma troppo spesso anche senza più voce. Senza più quella voglia di ribaltare il tavolo che è il cuore, il nervo, l’essenza della giovinezza.
Eppure, esistono eccezioni, luoghi che provano a rispondere – tra limiti e complessità – a questa china. Napoli, per esempio. Oggi è una città sorprendentemente giovane. Non tanto perché è il capoluogo di regione più giovane del Paese. Ma perché si sta rivelando tale nello spirito, nell’energia sociale, nella vivacità culturale e artistica, nell’innovazione imprenditoriale. Silenziosamente Napoli sta diventando un laboratorio informale di cittadinanza attiva, di sperimentazione, di libertà, di riscatto. Una città che, pur nelle sue contraddizioni, mostra come si possa trovare una strada per incidere, con lo sguardo al presente. Napoli oggi è una capitale mediterranea in crescita. Con un PIL da quasi 30 miliardi di euro ed un tessuto imprenditoriale vivace, fatto di turismo, manifattura, start-up tecnologiche, sport e alta formazione. Nei prossimi anni la città potrà essere una locomotiva per il rilancio dell’intero Mezzogiorno e di conseguenza per il Paese, proiettandolo nuovamente verso il mare, che pure è stato dimenticato. Per questo motivo, se l’Italia guarderà un po’ più al Sud forse potrà ricominciare a credere nel futuro, a riscoprire il senso profondo della giovinezza. E da lì, ripartire davvero.
Alessandro Milone







