Un sorprendente Erasmo da Rotterdam

Papa Leone XIV, che è stato religioso di questo Ordine fondato nel 1244, ha reso popolari gli Agostiniani. Pochi, però, sanno che tra costoro si deve iscrivere – almeno per il periodo iniziale della sua biografia – anche una delle figure più alte dell’Umanesimo, Erasmo da Rotterdam, nato tra il 1466 e il 1469 e morto a Basilea nel 1536. Infatti, a 12 anni orfano dei genitori, fu accolto da un convento agostiniano olandese ove ebbe una formazione di qualità, giungendo fino all’ordinazione sacerdotale nel 1492. Fu il papa Leone X nel 1517 a dispensarlo dallo stato religioso, favorendo così il suo desiderio di viaggiare in Europa in ascolto di culture diverse.

In realtà, egli aveva iniziato precedentemente questo pellegrinaggio culturale, tant’è vero che si era laureato in teologia a Torino nel 1506. Si comprende, allora, perché in questa città si sia da tempo costituito un centro europeo di studi umanistici “Erasmo da Rotterdam” a opera soprattutto di Renato Uglione. Ad esso fa capo la collana “Corona Patrum Erasmiana” che, oltre all’antica letteratura cristiana, si rivolge anche alla produzione umanistica. Non poteva, perciò, mancare Erasmo di cui ora si pubblica in edizione critica a cura di Elisa Tinelli un trattato a prima vista sorprendente nel tema, De contemptu mundi, «Il disprezzo del mondo».

È a disposizione nel suo testo originario latino raffrontato con la versione italiana e accompagnato da un ampio commento. Devo segnalare che già nel 2020 uno studioso noto ai lettori di questo supplemento, Carlo Carena (1925-2023), mi aveva inviato una sua edizione del testo erasmiano edito da La Vita Felice. La genealogia di questo tema ascetico ha una genesi antica, soprattutto nell’opera omonima di Lotario di Segni che sarebbe divenuto papa nel 1198 col nome di Innocenzo III. In verità si potrebbe risalire fino al De fuga saeculi – titolo altrettanto significativo – di s. Ambrogio, per non parlare di Ugo di S. Vittore, maestro sassone morto a Parigi nel 1041, autore di un altrettanto eloquente De vanitate rerum mundanarum.

Può sorprendere che un simile approccio, a prima vista pessimistico, sia entrato anche nelle corde di colui che avrebbe fatto del dialogo tra teologia e umanesimo e dell’alleanza tra eruditio et pietas il suo cavallo di battaglia, entrando in polemica, anche per questa via, col suo interlocutore Lutero (basterebbe solo leggere il suo Enchiridion militis christiani del 1504, il manuale del buon cristiano nel suo confronto con la società). Certo è che alla base c’è l’esperienza erasmiana della solitudine monastica agostiniana, già criticata per le sue degenerazioni in alcuni ambiti nella sua opera più celebre, l’Elogio della pazzia, il cui spettro ironico è tuttavia più vasto.

La sua celebrazione della vita monastica è, in realtà, fondata sulla libertà che essa crea per lo studio e il godimento intellettuale. Infatti, alla pars destruens dei primi 7 capitoli del trattato succede nei successivi dall’8 all’11 l’esaltazione della vita solitaria come un paradiso di delizie culturali, descritto ricorrendo persino all’immaginario della filosofia epicurea. Non dimentichiamo che anche Petrarca nel suo De otio religioso si era mosso nella stessa direzione. Il capitolo 12 finale è, forse, una riconsiderazione dei contenuti precedenti con una sorta di correzione di tiro della trattazione al momento della pubblicazione di quest’opera giovanile nel 1521, con una contrapposizione tra la purezza del monachesimo primordiale rispetto a quello indecoroso contemporaneo. Come commenta la curatrice «non conta l’abito che si indossa giacché non è la cocolla che fa il monaco, bensì la sincerità, la purezza, la temperanza, la coerenza nei comportamenti esteriori».

Che la presenza dell’umanista sia ancora oggi feconda è attestato da un’altra collana, la “Biblioteca Erasmiana Europea”, altrettanto rigorosa nell’offrire una scelta delle sue opere e di quelle di altri autori italiani ed europei del primo ‘500. Recentemente sono apparsi per la prima volta in un’edizione italiana (sempre col testo latino a fronte) due suoi saggi tematicamente omogenei, l’Encomium matrimonii (1518) e l’Institutio Christiani matrimonii (1526), curati da Lucia Felici e Olivia Montepaone con una ricca introduzione e un importante apparato di note. Anche in questo caso si tratta di un soggetto piuttosto inatteso, che riflette l’attenzione dello studioso alle strutture e ai fermenti sociali di quell’epoca, scandita dalla nuova “secolarità” dell’umanesimo e turbata dall’irrompere della Riforma protestante.

Suggestivo è il fine occasionale dell’Encomium: persuadere un giovane parente della bontà della rinuncia al celibato ecclesiastico per sposare una fanciulla virtuosa e così dar vita a un matrimonio e alla generazione. Si ha, così, un’esaltazione – fondata anche su testi biblici – di un sacramento che ramifica i suoi effetti benefici nella vita sociale e religiosa, pur non nascondendo le difficoltà insorgenti nella vita di coppia, rigettando però la tendenza maschilista di assegnarne la causa alla donna. Erasmo non esitava, quindi, a inoltrarsi nell’orizzonte oscuro della crisi matrimoniale con l’irrompere della gelosia e della stessa frattura della relazione. Sul divorzio, dopo aver ribadito il principio dell’indissolubilità enunciato da Cristo, nella successiva edizione dell’Encomium, si introduceva una cauta possibilità di scioglimento del vincolo.

A margine ricordiamo che Erasmo, fieramente critico contro le degenerazioni ipocrite del celibato nel clero, aveva proposto di abolire l’obbligo del celibato ecclesiastico. Tanto altro si scoprirà leggendo anche la seconda opera, l’Institutio, una vera e propria summa del pensiero nuziale erasmiano. Essa divenne «una pietra miliare sul matrimonio nell’Europa moderna». Una nota a parte meritano le intense e suggestive preghiere da mettere sulle labbra dell’uomo verso la sua sposa e viceversa, anche se segnate dalla temperie culturale di quell’epoca che però Erasmo sapeva spesso trascendere e trasformare rasentando quasi la sensibilità dei nostri tempi.

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