Testi latini medievali

da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.

Già avanti negli anni, nel 1292 aveva accettato con riluttanza di essere nominato vescovo di Genova: stiamo evocando il domenicano Iacopo da Varazze, divenuto celebre per un’opera da lui composta in gioventù, le Legende sanctorum, che è però nota come Legenda aurea, un testo latino sul quale lavorò incessantemente rivedendolo e integrandolo fino alla morte avvenuta nel 1298. Destinata ai frati del suo Ordine, i Predicatori domenicani, la Legenda rielaborava una massa di altri scritti agiografici, li reimpastava e impostava in modo originale così da offrire un repertorio colorato e affascinante di vite e vicende di santi da proporre ai fedeli come modelli, scandendoli lungo la sequenza dell’anno liturgico.

Si trattava di un vero e proprio mosaico di racconti spesso vivaci, pieni di colpi di scena, di atti eroici, di profili pittoreschi, di vicende emozionanti e quotidiane legate a biografie di santi biblici e posteriori, quasi fosse una sorta di galleria di ritratti variegati. La Legenda divenne ben presto un best seller, tant’è vero che furono allestiti codici miniati stupendi. Quando ero prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, ho sfogliato un mirabile manoscritto (con la segnatura C 240 inf.) posseduto da quell’istituzione voluta dal card. Federico Borromeo (quello dei Promessi Sposi): esso era stato realizzato a Bologna, ove allora Iacopo era il priore provinciale dei Domenicani. Si pensi che, quando era ancora in vita l’autore, se ne confezionò un’ottantina di copie; alcuni manoscritti furono approntati persino nelle carceri genovesi, ove erano state prodotte anche trascrizioni del Milione di Marco Polo.

Il catalogo dei codici con questa popolarissima “sceneggiatura” di storie agiografiche assomma a più di 1320 testi e se ne scoprono talora di nuovi, comprese le versioni in lingua volgare. A chi volesse gustare questo affascinante “leggendario” in un’edizione esemplare in due tomi con testo latino a fronte e traduzione, deve ricorrere alla Legenda aurea, curata da Giovanni Paolo Maggioni e Francesco Stella e pubblicata nel 2007 dalla prestigiosa “Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino” (SISMEL) che si avvale delle Edizioni fiorentine del Galluzzo.

Questo ampio antefatto è per segnalare che recentemente gli stessi enti appena citati hanno proposto in un volume una serie di saggi proprio sulle versioni parziali o integrali in toscano, genovese, siciliano della Legenda, con uno sguardo anche ai contesti religiosi e laici della fioritura di questo amore appassionato per il “leggendario” di Iacopo. Naturalmente l’orizzonte può allargarsi alle traduzioni in francese, occitano, catalano e castigliano, attestazioni della ramificazione della diffusione dell’opera. Una quindicina di studiosi, coordinati da Speranza Cerullo e Laura Ingallinella, ci conducono con rigore lungo i territori linguistici sopra segnalati, mostrando le “arborescenze” di uno scritto così suggestivo.

Anche il titolo è emblematico diventando una sorta di rielaborazione di quello originale, L’oro dei santi, che brilla non solo alla nostra lettura più semplice e immediata, ma anche nella ricerca filologica e quindi nelle “officine” accademiche: è in corso, infatti, un progetto per la “Legenda aurea in italiano” (LAI) del quale questa raccolta di saggi è testimonianza. E dato che ci troviamo in questo particolare atelier che studia ed esalta i testi latini medievali d’Italia, proponiamo agli studiosi ma anche ai “curiosi” nel senso alto del termine un’altra opera, edita sempre a cura delle istituzioni sopra evocate, col sostegno di una legge italiana del 2011 (la n. 169, art. 4) destinata a sostenere simili ricerche nell’ambito dei testi mediolatini.

È appena apparsa l’edizione critica di un’opera appartenente a questo repertorio e che vede impegnato ancora il citato Giovanni Paolo Maggioni, docente all’università del Molise, coadiuvato da altri due esperti, Chiara Crisciani dell’università di Pavia e Tommaso Duranti dell’“Alma Mater” di Bologna. È il Tractatus predicandus in ciuitate pestilenciata, dal titolo trasparente, opera di un altro domenicano, Bartolomeo da Ferrara, Inquisitore in quella città. Siamo nel 1424 e, come accadeva anche in Europa e in altri centri italiani (Padova e Bologna), si era sviluppato un focolaio di peste col suo corteo di morte. Il pensiero corre spontaneamente alla nostra esperienza del Covid; tuttavia, allora la diffusione di una pestilenza sollecitava non solo ricerche mediche ma anche risvolti religiosi, etici, pastorali.

Già nell’Antico Testamento (ma pure nelle epoche successive) era facile ricorrere allo schema interpretativo morale basato sul binomio “delitto-castigo”. Ebbene, il nostro frate nei quattro libri in cui è articolato il suo trattato si incammina inizialmente sul versante “medico-scientifico”, con l’identificazione della sintomatologia, delle cause induttive e delle relative terapie della peste. Ma spontaneamente egli discende lungo l’altro versante, quello appunto teologico-etico, facendo intravedere la genesi spirituale dell’infezione legata al peccato secondo il principio binario della retribuzione sopra esposta.

Il genere letterario dell’oratoria sacra sul tema della pestilenza era diffuso nel ‘400 e registrava la voce di oratori famosi come Bernardino da Siena o Giovanni da Capestrano, certi che il miglior vaccino fosse quello della penitenza. Per conoscere questo sorprendente orizzonte letterario e teologico nella sua vasta ramificazione è di grande interesse l’imponente introduzione premessa al testo latino di fra Bartolomeo che ricompone tutto il fondale storico e la ribalta ove si ergevano i predicatori col loro indice puntato ben oltre la sindrome fisiologica della pestilenza.

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