da Il Sole 24 Ore – 3 agosto 2025 – di Gianfranco Ravasi.
«Dio tace. Ah, se si riuscisse a far chiudere il becco all’uomo!». Così ironizzava uno scanzonato Woody Allen, facendoci forse sognare la promessa dell’Apocalisse: «Si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora» (8,1). L’onda incessante della chiacchiera, delle parole svilite o aggressive, del chiasso e del rumore di fondo che avvolge il nostro pianeta rispetto ai pascaliani silenzi degli spazi infiniti dell’universo meriterebbe un argine. Ed effettivamente sempre più si moltiplicano i testi e gli eventi dedicati al vero silenzio, non quello “nero” fatto solo di vuoto sonoro, ma quello “bianco” del mistero e della mistica, vocaboli la cui matrice greca è il verbo mýein, “tacere”.

Un silenzio teofanico, come quello che scopre il profeta Elia sulla vetta dell’Horeb-Sinai, quando Dio abbandona il clangore delle antiche epifanie con fulmini, tuoni, tempeste, terremoti e si svela in una qol demamah daqqah, «una voce di silenzio sottile» (1 Re 19,12). Anche in un tempo così dissipato come il nostro verso i monasteri si infittisce nel fine settimana il flusso di coloro – persino non credenti – che accorrono per un giorno di assoluta quiete vocale, infranta solo dal gregoriano della liturgia. Si sono moltiplicati anche i saggi su questa sorta di dieta dell’anima, dalle angolature più diverse.

Così, ad esempio, l’antropologo di Strasburgo David Le Breton ha disegnato una grammatica elaborata Sul silenzio (Cortina 2018), mentre il violoncellista Mario Brunello, che ama suonare sulle cime dolomitiche o nel deserto o nei monasteri, ha affidato le sue riflessioni a pagine incisive intitolate lapidariamente Silenzio (Mulino 2020). D’altronde, molti ricorderanno la provocazione di John Cage con la sua “partitura” 4’33’’ con gli orchestrai che restano in silenzio davanti i loro strumenti esattamente per 4 minuti e 33 secondi, inchinandosi alla fine verso la platea e uscendo di scena.

Mirabile è anche un saggio appena tradotto in italiano, una vera e propria «teologia del silenzio», come indica il sottotitolo collegato alla titolatura essenziale Tacere. A comporlo è un famoso biblista tedesco, Klaus Berger (1940-2020), che in questa sua opera postuma suggella l’imponente eredità di parole da lui scritte, sfiorando persino il best seller col suo Gesù riedito almeno quattro volte. Paradossale è questa rincorsa a una realtà apparentemente antitetica al cristianesimo: esso ha il suo apice nel Lógos, la Parola incarnata, che è non solo Wort ma anche Kraft, “potenza”, Sinn, “significato”, Tat, “atto”, come il Faust di Goethe traduceva il celebre incipit del Vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo/Parola».

Il percorso che lo studioso di Heidelberg propone per penetrare in questo linguaggio divino e umano, a prima vista antitetico rispetto alla parola, è affascinante anche perché affidato spesso a voci di figure alte che confermano il paradosso a cui sopra accennavamo: parlare per invitare al “tacere”. Berger intesse un suo spartito che si affida al silenzio umano in tutte le sue iridescenze, compresa la “pausa” musicale (che è da “eseguire” come le note), per ascendere progressivamente verso l’ineffabile supremo. Così, dal mutismo di Zaccaria, il padre del Battista, e il “meditare” di Maria, la madre di Gesù, dalla contemplazione e dalla liturgia (purtroppo spesso ai nostri giorni striata da un clamore eccessivo) si giunge fino ad imbatterci nel «Dio che tace».

Attorno a questo Dio per il quale «il silenzio è lode», come dice il Salmista (65,2), il cui nome è impronunciabile secondo la tradizione giudaica che lo esprime solo con quattro consonanti (YHWH), si diramano percorsi molteplici luminosi. È difficile renderne ora conto perché si tratta di una raggiera che è disegnata come «patria del silenzio», ove non c’è solo l’abisso del mistero divino e dello Spirito, ma anche il sorprendente «silenzio del Sabato» che lasciamo scoprire al lettore. Egli sarà pure coinvolto nel vuoto cosmico di suoni e parole dell’apocalittica da cui siamo partiti.

Certo, c’è anche il celarsi di Dio che lo stesso Cristo sperimenta sulla croce quando nessuna voce celeste risponde al suo grido «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Eppure è proprio da quella terribile assenza che sboccia alla fine la parola suprema divina, come accade a Giobbe che deve confessare mettendosi la mano sulla bocca: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (42,5). Ed è questa la legge della fede. Ripetiamo: tanto altro (e inatteso) il lettore scoprirà in questa che è non soltanto una fenomenologia del silenzio pieno. Infatti, sarà invitato a trasferirsi tra cielo e terra, scendendo però anche in quell’abisso che è il suo cuore con la sua tacita eppure eloquente voce.

Finiamo con una duplice testimonianza. La prima è personale: nella mia ormai lunga biografia ho tenuto migliaia di conferenze. Ebbene, solo in due casi mi è stato assegnato come tema il silenzio: in un dialogo con l’Unione Buddhista Italiana e in un incontro organizzato dalla Procuratoria della Basilica di San Marco a Venezia (ove, appunto, sono le mirabili pagine musive di quel tempio ad annunciare il divino). In secondo luogo, è vero quanto afferma l’altro testimone: egli vuole smitizzare il troppo chiasso anche teologico rivelando l’ansia celata nell’interesse odierno per un autentico “tacere”.

È il “laico” Umberto Eco che a Bologna nel 2013 durante l’evento dedicato alla “Magna Charta Universitatum” affermava: «Non si può trovare Dio nel rumore. Dio si palesa solo nel silenzio. Dio non è mai nei mass media. Dio non è sulle prime pagine dei giornali e in televisione. Dio non è mai a Broadway».

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