La stella più celebre

         «Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cos’è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?». In questi versi del Salmo 8 l’antico poeta biblico sembra quasi anticipare uno spunto della celebre battuta della pagina finale della Critica della ragion pratica di Kant: «Due sono le cose che riempiono sempre l’animo di meraviglia: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».

         Un altro autore biblico, che si presenta come Baruc, il fedele segretario del profeta Geremia (in realtà, si tratta di uno pseudonimo), introduce un’altra scena molto suggestiva: «Le stelle brillano nei loro posti di guardia e gioiscono; il Signore le ha chiamate e hanno risposto: “Eccoci!”, e ora brillano di gioia per Colui che le ha create» (3,34-35). Gli astri sono comparati a sentinelle che hanno ricevuto una collocazione precisa nelle immense regioni del cielo: sono le loro varie postazioni nelle mappe astrali. Il Creatore, come un sovrano o un comandante supremo, le passa in rassegna, chiamandole per nome. Esse si mettono quasi sull’attenti e rispondono attestando la loro presenza effettiva: «Eccoci!». E il loro brillare vivido è segno di gioia per l’incarico che hanno ottenuto. A questo punto, però, è necessario – nonostante la radicale differenza della data in cui stiamo scrivendo – far brillare nel cielo la stella biblica più famosa in assoluto.

         Per presentarla invitiamo il lettore (soprattutto se è già stato pellegrino in Terrasanta) a varcare idealmente la soglia della basilica della Natività a Betlemme e scendere nella cripta. Lo sguardo si fissa subito su una stella d’argento a 14 punte, che i Francescani incastonarono nel 1717 sotto l’altare di quella grotta della nascita di Gesù. Essa è stata posta lì per evocare la stella luminosa seguita dai Magi («Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo», si legge in Matteo 2,2), quella a cui ora ci riferiremo. Essa fu invano inseguita dagli astronomi. Keplero, uno dei padri dell’astronomia moderna, non aveva esitazioni: quella stella santa era una supernova, cioè una stella debole o molto lontana, nella quale avviene una colossale esplosione. Per settimane o mesi la stella diventa visibile anche nel nostro cielo con una luce vivida e distinta da quella degli altri astri: l’esplosione può infatti sprigionare una luce superiore centinaia e centinaia di milioni di volte rispetto  a quella del sole.  Ogni anno gli astronomi ne scoprono una dozzina ma rare sono quelle visibili ad occhio nudo.

         L’opinione più comune cerca, invece, nella stella dei Magi una cometa, soprattutto quella di Halley, la cui presenza nel firmamento sembra documentata fin dal 240 a.C. in testi cinesi e giapponesi. Quando apparve nel 1911 nel cielo di Gerusalemme, il famoso biblista domenicano Marie-Joseph Lagrange (1855-1938), che allora risiedeva laggiù, la vide venire dall’Oriente, scomparire gradualmente quando fu allo zenit e «riapparire» più tardi quando tramontò a Occidente, proprio come è detto nel racconto di Matteo.  Ma – e questo rende tutto dubbio – il calcolo astronomico del passaggio della cometa sul nostro orizzonte e su quello di Gerusalemme ha come data il 26 agosto del 12 a.C., cioè almeno sei anni prima della nascita di Gesù, che, come è noto, è collocata dagli studiosi attorno al 6 a.C., un paio d’anni prima della morte di Erode avvenuta nel 4 a.C. (Matteo 2,16).

Ecco allora che altri studiosi hanno ritenuto che i Magi abbiano scambiato per stella una congiunzione di pianeti, in particolare quella tra Giove e Saturno avvenuta – sempre secondo i calcoli astronomici e i dati offerti da un papiro egiziano (la cosiddetta «tavola di Berlino») e dall’«almanacco astrale» di Sippar (Mesopotamia) su tavoletta – nel 7 a.C. e precisamente il 29 maggio, il 29 settembre e il 4 dicembre.  Le ipotesi si affollano e oscurano sempre più la stella di Betlemme riducendola quasi a una controversia tra astronomi. Forse, lasciando sospesa l’identificazione concreta, bisognerebbe piuttosto concludere col citato p. Lagrange: «Sulla stella di Betlemme ci può dire molto di più la teologia che non l’astronomia».

         Sappiamo infatti che a più riprese per la tradizione biblica e per quella giudaica la stella è un segno messianico. Un esempio per tutti si trova nel più famoso dei quattro oracoli del mago pagano Balaam, costretto da Dio a benedire suo malgrado Israele. Nel capitolo 24 del libro biblico dei Numeri si legge appunto questa sua frase: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (v. 17). Ora, la versione aramaica della Bibbia (il cosiddetto Targum) non ha avuto nessuna esitazione nel tradurre così il testo ebraico citato: «Il Messia spunta da Giacobbe e il Re sorge da Israele».  La stella si rivelava, così, come un segno messianico, mentre lo scettro rimandava naturalmente al re Messia. In un racconto popolare giudaico dell’epoca di Gesù si immaginava che, quando la regina di Saba giunse nel deserto di Giuda e si incamminò verso Gerusalemme per recarsi dal re Salomone, da una piccola oasi si levò all’improvviso verso il cielo una rosa luminosa. Quanto più essa ascendeva, tanto più diventava sfolgorante sino a trasformarsi in una stella dalla luce accecante.

         Il Cristo dell’Apocalisse, costantemente circondato da stelle, si autodefinisce così: «Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino» (22,16).  Il vescovo Ignazio di Antiochia nel 107, mentre veniva condotto a Roma per essere esposto alle belve, scriveva ai cristiani di Efeso: «[Alla nascita del Cristo] una stella brillò in cielo oltre ogni stella; la sua luce fu oltre ogni parola e la sua novità destò stupore; tutte le altre stelle, insieme al sole e alla luna, formarono allora un coro attorno alla stella che tutte sovrastava in splendore».

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