Oriente e Occidente fusi nella Palatina

da Il Sole 24 Ore – 16 febbraio 2025 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo il Card. Ravasi cita il saggio di Nicole Oliveri in cui viene presentata un’analisi storico-critica e teologica dell’iconografia della Cappella Palatina: i mosaici col Cristo Pantocrator rappresentano al meglio la sua storicità esistenziale.

«Timeo lectorem unius libri»: questa massima di autore ignoto, talora attribuita a san Tommaso d’Aquino, oltre al suo significato letterale, si proietta verso un’applicazione più ampia e attuale. È dominante ai nostri giorni l’(iper)specializzazione che può raggiungere limiti parossistici, simili appunto all’unico libro dell’aforisma latino. Oltre al proprio metodo e competenza ristretta, si evita di allargare lo sguardo all’immenso panorama del sapere. Certo, in agguato può emergere l’eccesso opposto della vaga “onniscienza”. C’è, però, un altro versante più significativo e necessario, ed è quello dell’intreccio dialogico tra discipline: basti solo pensare al reciproco ascolto di due magisteri differenti, come scienza e teologia, certo non overlapping, cioè non sovrapponibili – come suggeriva lo scienziato Stephen Gould – ma entrambi necessari per comprendere la complessità del reale, che esige attenzione al fenomeno ma anche al fondamento.

Questa premessa un po’ scontata mi ha fatto da sfondo mentre leggevo un saggio su uno dei gioielli assoluti dell’arte medievale mediterranea, la Cappella Palatina di Palermo, mirabile ponte tra le culture d’Oriente e d’Occidente. Infatti, se capitale è la competenza storico-critica, iconografica ed estetica, è altrettanto indispensabile una dotazione teologica solida perché quella splendida e sontuosa distesa musiva obbedisce a un programma religioso. La monarchia normanna dell’XI secolo che, con Ruggero I nel 1071-72 aveva assoggetto prima Catania e poi Palermo, si trovava di fronte a un popolo culturalmente trilingue di latini, arabi e greci. Una volta entrati in quel tempio, basta solo rivolgere lo sguardo verso l’alto per essere quasi abbacinati dal soffitto a muqarnas arabe, simile a uno strepitoso gioco di grotte. Ovviamente questo non è che un filo del tessuto artistico della Cappella perché la trama vede intrecciarsi elementi non solo fatimidi ma soprattutto bizantini, siriaci, cosmateschi e così via.

Tutto questo, però, si disperderebbe se non si cercasse di identificare il progetto globale, sia pure con tutte le sue ramificazioni collaterali e persino le sue smagliature. È qui che entra in scena il senso della premessa sopra evocata: all’analisi storico-critica deve associarsi quella teologica, soprattutto cristologica. È per questo che nell’imponente bibliografia su questo capolavoro è importante selezionare il saggio di Nicole Oliveri, perché lei stessa sa unire nella sua qualifica sia l’attrezzatura storica e iconografica, sia la qualità di docente di teologia dogmatica presso la Facoltà Teologica di Sicilia. Se è lecita una conferma personale, rimane indimenticabile per me la mattina del 29 settembre 2018 quando, presente a Palermo per una conferenza e un evento, fui guidato in questo grandioso scrigno d’arte proprio dalla Oliveri.

Quel percorso, naturalmente ben più ampliato e approfondito, è ora offerto al lettore stimolato a (ri)entrare nella Cappella con occhi nuovi per scoprire che quei mosaici destinati a rivestire completamente le superfici (persino gli angoli) obbediscono a un programma decorativo ideale e coerente. Esso ha il suo asse portante nella grandiosa visione cristologica che ha nella luce trascendente la sua teofania incarnata (simbolo, per altro, caro anche alla teologia musulmana: si legga la sura XXIV del Corano citata nell’introduzione). Questa ermeneutica permette alla studiosa di decifrare il significato delle varie articolazioni della Cappella, a partire dalla figura gloriosa ed emozionante del Cristo Pantocrator absidale, la cui ieraticità non esclude la vitalità dello sguardo trafiggente. Tra l’altro, diversi sono i Pantocratori presenti nella Palatina, sempre dalla postura «austera e solenne ma al contempo umana e tenera».

La cupola e il tamburo sono affollati da figure regali e profetiche bibliche, le cui vicende sono protese verso il Cristo in un vero e proprio discorso esegetico-teologico decrittato dalla Oliveri che vi accosta anche i mosaici dei transetti. Il fascino narrativo delle vaste navate è affidato a pagine che riescono a scandire la sequenza iconografica illuminandola, appunto, con la chiave cristologica. Così, il ciclo della Genesi rimanda alla creazione per mezzo del Verbo nella stupenda navata centrale, mentre quelle laterali si basano sulle storie degli apostoli Pietro e Paolo, con scene dotate di straordinaria originalità immaginativa, fino all’abbraccio dei due, secondo un modulo tradizionale che parte già dalle catacombe romane noto col titolo di Concordia apostolorum. Ci fermiamo qui, in un indice arido e incompleto perché solo nell’ideale ascolto dell’interpretazione della guida Oliveri si riesce a godere non solo della bellezza e creatività di questo tesoro artistico, ma anche del suo messaggio le cui fila sono tirate nella trama unitaria teologia a cui sopra accennavamo.

È nella conclusione del volume che l’ermeneutica globale trova la sua sintesi. Essa non ignora il sotteso modello politico professato e realizzato dal re Ruggero II (1095-1154), l’artefice della Palatina, e di un altro gioiello come il Duomo di Cefalù, ma si espande lungo la filigrana musiva prima descritta. Si ribadisce, così, la chiave interpretativa cristologica che dalla matrice anticotestamentaria risalente fino all’“esamerone” della creazione si proietta lungo tutto la storia della salvezza. Il nodo che la ricapitola è l’Incarnazione ove il Verbo eterno e infinito è abbreviatum (secondo l’antica teologia) nella “carne umana di Cristo”, ossia nella sua storicità esistenziale, senza che si spenga la luce della sua trascendenza e rivelazione. Una presenza che intride poi la Chiesa e il fedele battezzato. L’epifania di tutto questo è nella mirabile superficie musiva della Cappella Palatina ove Oriente e Occidente si abbracciano nell’arte e nella fede.

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