Nuovi poveri: salviamo l’Africa subsahariana e le regioni più deboli del mondo

Di continente in contenente. Di Paese in Paese. Da regione in regione. E infine di persona in persona. Negli ultimi mesi, la diffusione del Coronavirus si è dimostrata veloce, implacabile. Quasi inarrestabile. Fino ad arrivare ad oltre 4 milioni di contagiati nel mondo e quasi 300.000 vittime.
In un tentativo disperato di frenare la catastrofe, sempre più nazioni – Italia inclusa – hanno attuato decreti emergenziali che hanno istituito come nuovo modello di vita la social distancing. Un tentativo di ridurre al minimo i contatti sociali tra i cittadini, con costi economici, umani, sociali e psicologici mai visti prima. Ma la “Fase 2”, che vede un mondo che deve sopravvivere accettando l’esistenza e i rischi del virus, sarà accompagnata da una crisi economica profonda, esplosa insieme alle misure di lockdown imposte per arginare il contagio.

La certezza, oggi, è che nessun paese ripartirà dall’alba di questa pandemia, e il rischio è che l’esplosione del Covid-19 amplificherà le disuguaglianze sociali ed economiche.
Un pericolo più volte sollevato da Papa Francesco, e che riecheggia nelle sue parole: «Preoccupati per le nostre cose, dimentichiamo i bambini affamati, dimentichiamo quella povera gente che ai confini dei Paesi cerca la libertà, questi migranti forzati che fuggono dalla fame e dalla guerra e trovano soltanto un muro: un muro fatto di ferro, un muro di filo spinato, un muro che non li lascia passare».

Secondo la Banca Mondiale questo muro potrà diventare insuperabile per colpa del Coronavirus.
La pandemia potrebbe infatti causare il primo aumento della povertà globale dal 1998, anno della crisi finanziaria asiatica. Si stima che la quota di poveri – ovvero le persone chiamate a vivere con meno di 1,90 $ al giorno – aumenterà da 8,2% nel 2019 a 8,6% nel 2020, passando da 632 a 665 milioni di persone.
A determinare quali saranno i paesi sottoposti al rischio più elevato sono due fattori: l’impatto del virus sull’attività economica, e il numero di persone che già prima della pandemia vivevano sotto la soglia della povertà.

Sebbene l’Africa subsahariana finora sia stata colpita meno dal punto di vista del numero di contagi, le previsioni suggeriscono che sarà la regione che pagherà il prezzo più alto in termini di aumento della povertà estrema. Una storia già scritta, se si pensa che la pandemia di HIV/Aids ha già rallentato la crescita del Pil di questo continente tra il 2 e il 4% e che in Africa vive ancora oggi il numero maggiore di poveri del mondo.
In termini percentuali la quota di persone indigenti sul totale – su scala mondiale – è diminuita dal 1990 ad oggi, passando dal 36 al 10%; la stessa curva però è di tendenza contraria  in terra africana, dove il numero di persone in condizioni di povertà è aumentato in modo significativo e di pari passo alla crescita della popolazione totale del continente. Tant’è che dal 1990 al 2015 il numero dei poveri è passato da 278 a 413 milioni.

La crisi si fa sentire soprattutto nei paesi dell’Africa subsahariana, dove il tasso di povertà supera il 40%. Rispetto ad una condizione di povertà così estrema, dove il reddito medio pro capite annuale si attesta su 1.585 dollari, appena il 14% della media globale, è lecito oggi chiedersi che tipo di impatto avrà la nuova crisi, quanto l’interruzione degli scambi commerciali, l’azzeramento dei flussi turistici, la contrazione degli investimenti esteri peseranno sul futuro di questo continente.

Una volta risolta l’emergenza sanitaria, saremo tutti chiamati ad affrontare la crisi economica. Una crisi che si fa più drammatica proprio tra gli strati più poveri.
Solo la solidarietà, declinata nel modo più opportuno da ogni attore delle nostre società, dai governi ai singoli cittadini, può evitare che il nostro pianeta si ammali anche di solitudine.