da Il Sole 24 Ore – 6 luglio 2025 – di Gianfranco Ravasi.
La pelle umana delle cose, il derma della realtà, ecco con che cosa gioca anzitutto il cinema». Così scriveva nel suo saggio La Coquille et le Clergyman (1928) uno dei massimi teorici del teatro, Antonin Artaud. In realtà – e il regista che ora presentiamo ne è la prova – esiste un grandioso filone della settima arte che scava nelle profondità della realtà, soprattutto umana, fino a raggiungere non solo l’osso ma anche il midollo dell’essere e dell’esistere. E lo fa spesso con il respiro della fede cristiana, esplicita o intuibile in filigrana.
Tanto per evocare qualche nome, si pensi a Dreyer, a Bresson e a Olmi, ma anche all’«ateo per grazia di Dio» Buñuel o all’agnostico teologo Bergman e allo stesso Pasolini. Noi, però, ci inerpichiamo ora su un vero e proprio sentiero d’altura, ove si leva la figura del russo (morto, però, a Parigi nel 1986 a soli 54 anni) Andrej Arsen’evicˇ Tarkovskij, del quale abbiamo avuto la fortuna di incontrare a Firenze il figlio Andrej e conoscere la sua testimonianza. Non è possibile, in questo bozzetto essenziale di un personaggio capitale nella storia della cinematografia, delineare un ritratto biografico accurato.
La sua è stata un’esistenza relativamente breve ma complessa che, per un lungo tratto, si è svolta sotto la cappa di piombo del regime sovietico e che ha vissuto poi l’amarezza dell’esilio, temperato dall’accoglienza calorosa fiorentina e dai soggiorni operosi negli Stati Uniti e in Europa (la sua tomba è in un cimitero russo a una ventina di chilometri a sud di Parigi). La sua creatività, però, si era manifestata già nella sua patria, l’allora Unione Sovietica, ove sbocciò il primo di un settenario di creazioni filmiche, che sono la sua straordinaria eredità spirituale. È L’infanzia di Ivan (1962), striata dal sangue della Seconda guerra mondiale, con il piccolo protagonista segnato dall’orrore di un conflitto che non squarcia solo i corpi ma anche le anime, tanto da trasformare Ivan in un morto vivente (indimenticabile il sogno del ragazzo con il vortice simbolico degli alberi). Non per nulla, il regista aveva affidato a sua madre Irma il ruolo di mamma di Ivan, un po’ come farà Pasolini per Maria, la madre di Gesù, nel Vangelo secondo Matteo.
È arduo accompagnare Tarkovskij nella limitata, eppur potente e vertiginosa, serie degli altri film, nello sforzo di scoprire il suo discorso ramificato all’interno di una ricchissima e spesso arcana mappa di simboli. Si dovrebbe, infatti, sostare a lungo davanti alle quasi tre ore di Solaris (1972), ove la fantascienza si trasfigura in una riflessione metafisica sulla natura, sul limite della scienza, sulla fluidità del tempo e dello spazio, sulla ricerca di una radice spirituale. Ancor più sconvolgente, inquietante e disorientante è la parabola familiare de Lo specchio (1974), nella quale lo spettatore può perdersi. L’oscillazione dalla dimensione personale e psicologica a quella storica e cosmica si annoda attorno al tema materno, che riflette la vicenda intima del padre che aveva abbandonato la madre. Ma la simbologia si allarga verso fremiti misticoimmanentistici che nel creato hanno la loro sede epifanica.
Più trasparente e forte nella sua qualità profetica è Stalker, prodotto ormai negli Usa nel 1979. Il titolo inglese rimanda a una «guida» con un profilo spirituale che conduce uno scrittore e uno scienziato in un misterioso labirinto di gallerie inondate d’acqua e interdette come area off-limits. Secondo il giudizio del critico Alessio Scarlato, questo pellegrinaggio – affidato a dilatati piani sequenza – «diviene specchio di una contemporaneità in cui solo i più umili riescono a conservare il senso di attesa e di fiducia in miracoli ormai inaccettabili per il razionalismo scientifico e lo scetticismo decadente, entrambi negatori della funzione salvifica del desiderio».
Da attori italiani e americani è recitato il successivo Nostalghia (1983), sempre scandito da «infiniti» piani sequenza e avvolto in un bozzolo spesso inestricabile e persino indecifrabile di simboli, nel quale il regista si rinchiude. La trama vede come protagonista un poeta sovietico in viaggio in Italia sulle orme di un musicista russo del Settecento, esule e suicida. L’incontro con un paziente dimesso da un manicomio coinvolge, sconvolge e travolge il poeta, che si esclude dal mondo vitale incarnato dall’arte toscana e dalla bellissima donna sua compagna di viaggio, preludio a uno sbocco tragico.
L’approdo della ricerca di Tarkovskij avviene alle soglie della sua morte, nel 1986, quando ormai malato dedica al figlio Andrej il film-testamento Sacrificio, ove si rianima il suo spirito visionario e apocalittico, in un anelito verso l’invisibile e il mistero. In una piccola isola un ex attore festeggia il compleanno con la sua famiglia. All’improvviso la serenità è squarciata dall’annuncio dello scoppio di una guerra atomica. Il protagonista, per scongiurare a lui e ai suoi cari l’imminente catastrofe, fa voto a Dio di sacrificare ogni suo bene materiale («tutto ciò che non è necessario è peccato»), compresa la sua voce, riducendosi al mutismo. Sacrificio inutile perché la notizia della guerra nucleare era falsa. La parabola, però, vuole esaltare la purezza del sacrificio personale e l’incubo di un mondo sospeso sul deserto del nulla, frutto di autodistruzione.







