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La sostenibilità cristiana

Bosch, il «Giardino delle delizie», 1480-1490, Madrid, Museo del Prado

 

Lectio magistralis tenuta dal cardinal Gianfranco Ravasi venerdì 8 aprile all’Università Cattolica di Rio de Janeiro in occasione del “Cortile degli Incontri”.

È un vocabolo che è divenuto quasi un’insegna dei nostri giorni, fino a trasformarsi purtroppo in uno stereotipo che riempie le bocche ma lascia indifferenti le mani e, quindi, l’impegno. Stiamo parlando della cosiddetta sostenibilità, un termine spesso ripetuto e declinato in varie forme (indice, codice, bilancio di sostenibilità) e che, però, registra all’opposto un dato talora drammatico, quello dello sfruttamento insensato ed egoistico dei beni che Dio ha destinato universalmente all’umanità e che, invece, vengono o accaparrati solo da alcuni o sprecati insensatamente (si pensi solo all’acqua!) o feriti attraverso l’inquinamento e la devastazione ambientale.

Proprio in apertura alla Bibbia, nelle pagine dedicate alla creazione, ci sono due asserti fondamentali. Il primo è quello che – a differenza della cultura greca – riconosce il rilievo che la materialità ha anche per la creatura umana: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e così divenne un essere vivente» (Genesi 2,7). Alla fine della sua esistenza l’uomo «ritorna alla polvere della terra e il soffio vitale ritorna a Dio che lo ha dato» (Qohelet 12,7), «poiché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai» (Genesi 3,19). Tra la terra e l’umanità c’è, dunque, una radicale sororità, una parentela stretta che, però, spesso dimentichiamo e violiamo.

Il secondo asserto indica un altro aspetto che ci distingue dalla materialità. Il Creatore, infatti, impone questo impegno all’uomo e alla donna: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Genesi 1,28). La creatura umana riceve da Dio una dignità di sovranità delegata sul creato. In realtà, i due verbi ebraici usati contengono un significato più sfumato e persino suggestivo: kabash – “soggiogare” originariamente rimanda all’insediamento in un territorio che dev’essere esplorato e conquistato, mentre radah – “dominare” è il verbo del pastore che guida il suo gregge.

Si tratta, certo, di un primato che purtroppo l’uomo spesso ha esercitato in modo tirannico e non come un compito, che è specificato da un ulteriore dettato del Creatore così formulato: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e custodisse» (Genesi 2,15). È interessante notare anche in questo caso che l’attività propria dell’umanità è espressa con due verbi ebraici – ‘abad e shamar – che contengono un duplice significato. Il primo è quello esplicito dell’operare, trasformare, investigare e tutelare le potenzialità della natura attraverso l’attività lavorativa e scientifica. Il secondo aspetto è nel fatto che i due verbi indicano anche il “servire” cultuale e l’“osservare” la legge divina, due componenti fondamentali dell’alleanza tra il Signore e Israele.

C’è, dunque, una sorta di alleanza primaria “naturale” tra il Creatore e l’umanità che si esprime nella tutela e nella trasformazione del creato. Un patto che spesso l’uomo infrange, devastando e occupando brutalmente la terra. È suggestiva una parabola araba che si muove proprio in questa linea. «All’inizio il mondo era un giardino fiorito. Dio, creando l’uomo, gli disse: Ogni volta che compirai un’azione cattiva, io farò cadere sulla terra un granello di sabbia. Gli uomini non ci fecero caso. Che cosa avrebbero significato cento, mille granelli di sabbia in un immenso giardino fiorito? Passarono gli anni e i peccati degli uomini aumentavano; torrenti di sabbia invasero il mondo. Nacquero così i deserti, che di giorno in giorno diventarono sempre più grandi. E Dio continua ancor oggi ad ammonire gli uomini dicendo loro: Non riducete il mio giardino fiorito in un immenso deserto!».

Questa amara parabola dipinge in modo illuminante la crisi del pianeta. Per fortuna, un rigurgito di pentimento e rimorso sta emergendo proprio sotto i termini di ecologia e sostenibilità, temi che sono stati finalmente messi in agenda non solo dalla Chiesa attraverso l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI e la Laudato  si’ di papa Francesco, ma anche dagli Stati, dagli organismi internazionali e dalle stesse strutture economiche. A metà degli anni Settanta, attraverso un rapporto dell’allora Segretario Generale dell’ONU, Dag Hammarskjöld, si iniziò a sottoporre a critica il modello di sviluppo dominante. Fu, però, solo nel 1987 che la “Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo” (nota come “Commissione Brundtland”) definì in modo chiaro e ampio il concetto e il programma di sviluppo sostenibile, come «processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano coerenti coi bisogni futuri e non solo con gli attuali».

In quel testo si introducevano anche elementi etici e sociali per una «effettiva partecipazione dei cittadini nel processo decisionale e una maggior democrazia a livello di scelte internazionali», così che si potessero «soddisfare i bisogni fondamentali di tutti ed estendere a tutti la possibilità di attuare le proprie aspirazioni a una vita migliore». In questa linea, nel dicembre 2002, l’assemblea generale dell’ONU proclamò l’arco 2005-2014 come il “Decennio dell’educazione allo sviluppo sostenibile”. Fondamentale – a livello socio-culturale generale – è far comprendere che la sostenibilità è uno dei diritti umani capitali. È noto, infatti, che ormai si è soliti elencare quattro “generazioni” di diritti.

I diritti di “prima generazione” sono quelli civili e politici (vita, dignità personale, libertà). Diritti di “seconda generazione” sono quelli economici, sociali, culturali descritti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), come salute, lavoro, istruzione e così via. Di “terza generazione” sono i diritti di solidarietà riguardanti soprattutto i soggetti più vulnerabili: pace, equilibrio ecologico, difesa ambientale e delle risorse nazionali, autodeterminazione dei popoli. Infine, alla “quarta generazione” appartengono i nuovi diritti relativi al campo delle manipolazioni genetiche, della bioetica e delle nuove tecnologie di comunicazione. È, dunque, importante inquadrare la sostenibilità nell’orizzonte più vasto della dignità umana, della morale sociale e degli stessi principi religiosi. È ciò che è ribadito a più riprese nell’enciclica Laudato sì che per almeno una dozzina di volta usa la terminologia “sostenibile/sostenibilità”. Papa Francesco lo fa partendo dalla Carta della Terra promulgata a L’Aja il 29 giugno 2000: «Come mai prima d’ora nella storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio […]. Possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità, per l’accelerazione della lotta per la giustizia e la pace, e per la gioiosa celebrazione della vita» (n. 207). Per questo «la sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale» (n. 13).

Certo, il Papa è consapevole dei rischi che l’uso scontato e abitudinario del termine “sostenibilità”, come abbiamo già sottolineato in apertura, e lo stesso «discorso della crescita sostenibile possa diventare spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia» (n. 194). Per questo, è necessario sollecitare «una creatività capace di far fiorire nuovamente la nobiltà dell’essere umano, perché è più dignitoso usare l’intelligenza, con audacia e responsabilità, per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezione più ampia della qualità della vita» (n. 192).

Siamo partiti con la visione genesiaca della creazione; l’abbiamo riletta anche attraverso la concezione musulmana e abbiamo introdotto l’impegno che la Chiesa cattolica propone ai cristiani e anche a tutti gli uomini di buona volontà. Concludiamo questa considerazione essenziale sul nesso tra etica, teologia e sostenibilità, con una parabola moderna che è evocata dal filosofo Martin Heidegger in una delle sue opere più rilevanti, Essere e tempo (1927). Essa è la ricreazione libera di elementi mitici greci. Protagonista è una dea dal nome emblematico di “Cura”, sinonimo del nostro vocabolo “Sostenibilità”.

Attraversando un fiume, essa raccolse il fango della sponda e plasmò una figura umana. Giove le infuse lo spirito e la rese una creatura vivente. Cura e Giove si misero a litigare su chi avesse il diritto di imporre il nome e, quindi, il diritto di proprietà sulla persona umana. A questo punto reclamò il suo potere anche la dea Terra da cui quell’essere era stato tratto. I tre ricorsero a Saturno, il dio giudice che emise questa sentenza: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito. Tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma finché la creatura umana vivrà, sarà sotto la tutela e la giurisdizione di Cura». Ecco perché la sostenibilità deve essere una sorta di grande protettrice che veglia sull’umanità, sulla sua storia e sulla sua evoluzione.