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John Henry Newman tra scienza e coscienza

Il Cardinale Santo Sir John Everett Millais

da Il Sole 24 Ore – 13 ottobre 2019 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo, il Cardinale Gianfranco Ravasi parla di un altro grande Cardinale, proclamato santo da Papa Francesco lo scorso 13 ottobre. Si tratta del teologo inglese che da prete anglicano divenne sacerdote cattolico e venne infine elevato alla porpora con il titolo di S. Giorgio in Velabro.

Oggi in piazza San Pietro papa Francesco proclamerà santo uno dei pensatori inglesi più significativi dell’Ottocento, il cui influsso percorre ancora il terreno della teologia contemporanea. Si tratta di John Henry Newman, nato a Londra nel 1801 e morto a Birmingham nel 1890, dopo una vita segnata da colpi di scena. A 15 anni ha una svolta religiosa che lo conduce a Oxford per i suoi studi filosofico-teologici e per l’ordinazione a ministro della Chiesa d’Inghilterra a 24 anni. Inquieto all’interno di questa comunità di gente perbene – come egli stesso confesserà – si impegna a un’opera di rinnovamento di tale istituzione, sostenendo il cosiddetto “movimento di Oxford” che voleva risalire alle fonti originarie della fede anglicana, occhieggiando ecumenicamente alla Chiesa cattolica, che lo attira per il suo essere una comunità più di peccatori che di benpensanti, per stare ancora alle sue parole.

Fieramente criticato dalla gerarchia accademica ed episcopale anglicana, dopo una crisi tormentata, decide di compiere un salto di frontiera, allora scandaloso: nel 1845 si fa cattolico, due anni dopo è ordinato sacerdote ed entra nell’Oratorio di San Filippo Neri, una congregazione religiosa italiana, segnata da un santo così libero e vivace. Su di lui piombano i fulmini dell’establishment inglese, tant’è vero che è costretto a comporre un’Apologia pro vita sua, che però si trasforma in un’intensa autobiografia spirituale. La sua vita, però, avrebbe avuto un sussulto ancor più forte: nel 1879 il papa Leone XIII nomina lui, ex-prete anglicano, cardinale di Santa Romana Chiesa, assegnandogli – come è tipico di ogni porporato che diventa membro del clero di Roma – un “titolo”, cioè una chiesa specifica romana.

A lui è assegnata la mirabile basilica di San Giorgio in Velabro, accanto all’Arco di Giano, nei pressi del Campidoglio: per molti romani è la memoria del luogo del loro matrimonio secondo una consuetudine che ancor oggi persiste; per me è un legame straordinario col nuovo santo e grande intellettuale, essendo attualmente io il cardinale titolare di questo tempio. È necessario gettare ora uno sguardo sulla sua bibliografia, un’impresa ardua, se si pensa che l’edizione originale dell’Opera omnia, iniziata già quand’era ancora in vita a Londra (1878), si concluderà nel 1921 con ben 40 tomi. Molti testi di Newman verranno tradotti in italiano dalla milanese Jaca Book e dalla bresciana Morcelliana. Noi punteremo solo su un paio di scritti particolarmente rilevanti che hanno lasciato una traccia marcata nella riflessione filosofico-teologica.

Il primo è quello che è considerato il suo capolavoro, la Grammatica dell’assenso (l’originale inglese del 1870 suonava più modestamente: Essay in aid of a Grammar of Assent). Si tratta di un’analisi molto raffinata e articolata dell’atto di fede, collocato però all’interno del dinamismo del pensiero e dello spirito. Una vasta porzione di questa mappa del credere è riservata al vaglio delle strutture dell’«assenso reale» incondizionato richiesto dalla fede in confronto con le esigenze della dimostrabilità scientifica. È interessante la ricostruzione della polimorfia gnoseologica che caratterizza il nostro conoscere che si esercita secondo un ventaglio di percorsi, per cui non ci si può arroccare sul solo sentiero rigidamente razionale. La fede e la prova dimostrativa stanno tra loro in un reciproco rapporto di condizionamento.

Il suo è un lessico originale che esige un esercizio severo di lettura: ad esempio, il real assent, l’assenso pieno, si basa sull’aprehension, la comprensione, ma anche sull’inference che è un andare oltre, appunto un’«illazione» che non esclude l’immaginazione, per cui non pratichiamo solo un’epistème, una conoscenza logico-formale ma anche una phrónesis che è simbolico-esistenziale. Per questo anche la persona «non istruita» e semplice (cioè non dotata dell’attrezzatura filosofica e teologica) può essere la sede di una conoscenza autentica di fede con un suo percorso e un suo organon investigandi. Suggestivo è, perciò, il primato da lui assegnato alla coscienza personale come «primo vicario di Cristo», accostata all’altro vicario di Cristo, il papa, espressione della dottrina teologica generale.

Pur nella semplificazione della nostra sintesi, è evidente il desiderio di Newman di interloquire con la cultura moderna, anche perché egli operò a lungo, come si diceva, nell’orizzonte accademico oxoniense. Da questo ambito estraiamo la seconda opera che desideriamo evocare. Si tratta dell’Idea of a University, nove lezioni tenute nel 1852 a Dublino nella veste di fondatore e rettore dell’università cattolica d’Irlanda. Si configura in questi interventi il profilo dell’istruzione superiore destinata non solo a offrire una capacità operativa, ma soprattutto a formare la persona nella sua pienezza, a creare quello che Newman definisce il vero gentleman. In questa luce ritorna il tema della polivalenza della conoscenza che adotta metodi differenti ma complementari, compresa perciò la teologia.

Anzi, il programma ideale dell’università deve coinvolgere tutte le dimensioni dell’esperienza umana, anche sotto il profilo etico: non è solo un “istruire”, cioè un indurre dati e competenze, ma anche un “educare”, un estrarre le potenzialità della persona umana, amputandone le degenerazioni. Come già aveva sottolineato in ambito ecclesiale, il futuro santo non esitava a marcare il protagonismo del laicato cristiano, evitando di delegare tutto alla gerarchia ecclesiastica.

Una nota finale. Newman fu anche poeta, non eccelso ma nelle sue circa duecento composizioni una decina brillano per autenticità. È il caso della più famosa, The pillar of the cloud (La colonna di nube), un simbolo dell’esodo biblico.

Alle Bocche di Bonifacio tra Sardegna e Corsica, l’imbarcazione su cui Newman viaggiava era incorsa in una tempesta. Sotto quel cielo cupo e minaccioso, egli si era affidato alla stesura di una preghiera in versi, divenuta poi famosa per il suo incipit: «Lead, kindly Light». Riproponiamo questo avvio per il valore simbolico che riveste anche nel ritrarre la ricerca umana e spirituale newmaniana: «Guidami oltre, Luce gentile, nell’oscurità che mi circonda, / guidami oltre! / La notte è buia, e io sono lontano da casa. / Guidami oltre! / Tienimi in piedi! / Non chiedo di vedere / la scena distante, / un passo mi è sufficiente».