Il vuoto dell’ordine mondiale: ricostruire la pace come compito comune

«Viviamo in un mondo governato dalla forza, dal potere, dalla potenza: queste sono le leggi di ferro del mondo dall’inizio dei tempi». La frase, pronunciata in un’intervista alla CNN dal consigliere di Trump Stephen Miller, sintetizza la visione che si afferma come nuovo paradigma delle relazioni internazionali. È l’esatto rovescio dell’idea-cardine del multilateralismo: che gli Stati possano regolare i propri rapporti attraverso istituzioni, regole e diritto, non per asimmetria di forza. Hannah Arendt, in Sulla violenza, scrisse che «potere e violenza sono opposti: dove l’uno regna in modo assoluto, l’altra è assente». La violenza riemerge oggi proprio perché il potere — come capacità di agire in concerto, autorità condivisa e legittima — sta evaporando.

Dall’Afghanistan all’Ucraina, da Gaza al Sudan, assistiamo a guerre, concepite come operazioni rapide e decisive, che si trasformano in conflitti prolungati, di logoramento, senza un punto di chiusura politicamente leggibile. Eppure i governi continuano a pianificare interventi militari come se la forza potesse ancora produrre ordine. Papa Leone XIV, nel discorso ai diplomatici del gennaio scorso, ha denunciato il ritorno della guerra come opzione politica e l’avanzata di una “diplomazia della forza”, mentre tregue continuamente violate svuotano di senso il diritto umanitario internazionale.

In questo vuoto vale la pena rileggere alcuni passaggi di un testo, profondamente attuale: Pacem in terris, ultima enciclica di Giovanni XXIII, dell’aprile 1963, pochi mesi dopo che il mondo aveva sfiorato l’apocalisse nucleare con la crisi dei missili di Cuba. Indirizzata anche ai non credenti — “a tutti gli uomini di buona volontà” — l’enciclica costituisce una proposta di “ingegneria istituzionale” basata su un’idea di ordine mondiale fondato sui valori universali di verità, giustizia, libertà e amore, un terreno comune su cui costruire il dialogo per la pace. Un tentativo che va oltre il credo religioso e l’appartenenza politica e che restituisce il valore e lo scopo del dialogo: ritrovare, nelle divergenze, principi comuni che ci consentono di definire un percorso condiviso, alternativo alla violenza.

Pacem in terris restituisce alla Chiesa il ruolo che le nazioni, e ormai gli organismi multilaterali, non riescono ad avere: promuovere il dialogo e la riflessione sui valori che dovrebbero guidare i rapporti fra gli Stati. Un ruolo che, quarant’anni fa, nell’ottobre 1986, Giovanni Paolo II ha nuovamente valorizzato attraverso l’incontro interreligioso di Assisi, che ha riunito i rappresentanti di settanta confessioni religiose — cristiani, ebrei, musulmani, induisti, buddhisti — per pregare insieme per la pace. Non un sincretismo né un negoziato teologico, ma il riconoscimento che nell’impegno per la pace l’umanità deve attingere alle proprie risorse spirituali più profonde. Uno “spirito” che tuttora bisogna continuare ad alimentare attraverso iniziative di dialogo e mediazione.

Quel metodo — basato sul riconoscimento delle divergenze come punto di partenza comune da cui muovere il confronto — costituisce oggi un paradigma a cui la diplomazia tra Stati dovrebbe guardare. Là dove la politica internazionale si è smarrita nel linguaggio della forza, la Chiesa testimonia che il dialogo non presuppone l’accordo, ma la disponibilità a riconoscere l’altro come interlocutore legittimo, persino nella più radicale alterità di credo e visione del mondo. È un’esperienza che la geopolitica contemporanea farebbe bene a recuperare e fare propria: non per delegare alle religioni un compito che spetta agli Stati, ma per recuperare l’essenza pura del dialogo che precede e fonda ogni negoziato politico.

In questa direzione si colloca la creazione e il consolidamento di piattaforme politiche di dialogo — a partire dai grandi summit internazionali — quali sedi privilegiate di riflessione e confronto sui valori e sui principi che dovrebbero ispirare l’azione diplomatica. Sono spazi che, a fronte dell’erosione del consenso multilaterale, possono restituire centralità al diritto internazionale e rifondare le basi su cui costruire il dialogo tra gli Stati. Se, per lungo tempo, tali appuntamenti hanno rappresentato anzitutto occasioni di negoziato tecnico-economico, è ora necessario un loro potenziamento sul piano del confronto sostanziale: ampliando il novero dei partecipanti, integrando le delegazioni governative con la voce delle istituzioni religiose, della società civile, del mondo accademico e culturale, in un dialogo che sappia tenere insieme prospettive credenti e laiche. È in questa convergenza, nella ricerca di principi comuni che precedono le divergenze politiche, che la diplomazia internazionale può ritrovare la propria legittimità e tornare a porsi come strumento di costruzione della pace.

Un ruolo decisivo, in tale prospettiva, spetta all’informazione. Il flusso quotidiano di immagini e cronache prodotto dai media internazionali è oggi quasi interamente dedicato al racconto della guerra, dei caduti, delle macerie. La pace, quando esiste, resta invisibile: i corridoi umanitari, le mediazioni discrete, gli accordi locali, la diplomazia parallela condotta da organizzazioni non governative e comunità religiose occupano le pagine interne dei giornali, quando non scompaiono del tutto. Ricostruire una storia pubblica della pace — i suoi successi, i suoi protagonisti, i suoi metodi — costituisce un compito culturale urgente: non per occultare il dolore dei conflitti, ma per restituire all’opinione pubblica la consapevolezza che la pace è possibile, e che è stata edificata nei decenni dall’impegno concreto di uomini e donne, di istituzioni e di comunità.

Da credenti e non credenti ci troviamo oggi davanti alla stessa domanda che si posero Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: su quali basi è ancora possibile pensare un ordine giusto? La risposta non sta in un nuovo documento, ma nella capacità di tenere insieme la lezione del passato — diritto internazionale, dialogo interreligioso, istituzioni multilaterali — e l’urgenza del presente. Lo “spirito di Assisi”, la Pacem in terris, le parole di Leone XIV non sono reliquie: sono la bussola per orientarsi nel vuoto verso una pace realmente disarmata e disarmante.

Beatrice Pecchiari

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