Il santo nero dell’imperatore

da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.

Molti anni fa, in una calda giornata estiva, con alcuni amici, da Berlino decidemmo di puntare verso il cuore della Sassonia-Anhalt, ossia nella sua capitale Magdeburgo. Su un battello lungo il fiume Elba si parò innanzi a noi l’impressionante Dom St. Mauritius und St. Katharina su un colle, meta di una visita indimenticabile. All’interno nel coro stupendo ci soffermammo davanti al sarcofago di Ottone I, mentre nella navata si ergevano le statue di lui e della moglie Editha, un’opera del XIII secolo. La figura di questo imperatore del Sacro Romano Impero detto il Grande (912-973) permetteva soprattutto a me come teologo di rievocare il famoso Privilegium Othonis, destinato a interferire nell’elezione papale, emesso nel 962 quando egli in Italia aveva piegato il ribelle Berengario e si era fatto incoronare imperatore da papa Giovanni XII.

In quella visita rimase, però, sospeso un quesito: a incombere sul sarcofago di Ottone c’era una strana statua di cavaliere con la sua armatura e una sorta di grembiule. Sorprendente era il suo volto che spuntava da una calotta: era un profilo africano con occhi grandi, naso camuso, labbra marcate, pelle nera (la statua era originariamente policroma). Non ricordo quale spiegazione ci fosse sulle guide che avevamo allora in mano, ma mi sono stupito di ritrovare quella figura sulla copertina di un volume recente dal titolo accattivante Il santo, l’etiope e il diavolo, un saggio di Giuseppe Albertoni, medievista dell’università di Trento. Ho, così, scoperto che era proprio quel san Maurizio titolare del Duomo, un santo nero patrono di un imperatore sassone e di un Land che è attualmente uno dei più “nostalgici” e anti-migranti.

Maurizio era partito da Tebe lungo il Nilo per combattere una rivolta nell’attuale Vallese svizzero e, convertitosi al cristianesimo, era stato giustiziato. Siamo nell’epoca di Diocleziano e Massimiano e al santo africano, martirizzato sulle Alpi e divenuto patrono del primo imperatore sassone, lo storico dedica il capitolo iniziale del suo saggio. Ma il suo sguardo poi si allarga e va ben oltre, scendendo nelle profondità dell’Africa, nell’Etiopia bruciata dal sole, generatore di quel colore della pelle presente anche nel volto della statua di Magdeburgo.

Si avvia, così, una sorta di esplorazione che ha come riferimento emblematico quella regione che la Bibbia chiama Kush (Cush), resa nell’antica versione greca detta dei Settanta proprio con Etiopia. Ora, l’eroe eponimo (si fa per dire) di questa popolazione nella tradizione biblica è Kush, figlio di Cam, maledetto per aver sorpreso e lasciato nudo e ubriaco suo padre Noè. C’è, però, un altro filo narrativo che riguarda quella terra ed è nella mappa del giardino dell’Eden ove scorrono quattro fiumi: «Il secondo si chiama Ghihon: esso scorre attorno a tutta la regione di Kush» (Genesi 2,13).

Come è evidente, quel territorio, indentificato poi con l’Etiopia, rivela due profili antitetici: da un lato, reca un nome di maledizione; d’altro canto, però, è fecondato da acque “paradisiache” (in verità, nella Genesi non si parla mai di “paradiso” terrestre ma solo di gan, “giardino”). Gli abitanti sono perciò neri come san Maurizio e questo colore si presta facilmente a un’ulteriore applicazione metaforica morale, per cui l’oscurità biologica diventa etica a partire dall’Alto Medioevo. È, allora, facile assegnare a questo cromatismo che – a differenza del bianco, sintesi di tutti i colori – è la negazione di ogni iridescenza cromatica, un significato peccaminoso. È in tal modo che il diavolo non può non essere che scuro e il peccatore ha un’anima tenebrosa. Il profeta Geremia non ha esitazione a puntare l’indice contro il suo popolo degenere: «Può un etiope kushî mutare la sua pelle? O una tigre le sue striature? Potreste voi operare il bene, abituati come siete al male?» (13,23).

È certo paradossale che ancora oggi non pochi xenofobi di pelle bianca provano questo rigetto nei confronti degli africani che vivono ormai accanto a loro. Eppure – come si diceva – c’era un profilo positivo nella figura del Kushita. Anche la donna del Cantico dei cantici non ha imbarazzo a dichiarare: «Nera sono ma bella» (1,5). A questo punto diventa fondamentale il ricco quarto capitolo del saggio di Albertoni perché ci permette di tornare alla figura da cui abbiamo iniziato il percorso, san Maurizio. Dall’XI secolo in avanti, crociate, commerci, persino monasteri avevano rivelato uomini “etiopi” in carne e ossa.

Anzi, si era costituito un regno di Etiopia, convertitosi al cristianesimo prima ancora di molte terre europee. Nel XII secolo si era poi creata la convinzione che in Etiopia o in India vivesse un re cristiano discendente dai re Magi, il famoso e mitico Prete Gianni. Sta di fatto che le regioni conquistate dalla dinastia degli Hohenstaufen (si pensi a Federico II) erano state sottomesse con eserciti misti ove si affiancavano ai soldati europei volti neri, creando quell’incrocio che la leggenda attribuiva al padre del Prete Gianni, bianco e nero come una gazza. A uno di quegli «etiopi dalla pelle nera» può essere fatta risalire l’iconografia di san Maurizio che veglia ancora oggi sul sarcofago di Ottone, un imperatore di pura etnia romano-germanica.

Una nota curiosa a margine. Albertoni, come i vari studiosi, cita le Etiopiche di Eliodoro di Emesa (IV sec. d.C.), «l’ultimo grande romanzo in greco antico», con un’affascinante principessa etiope come protagonista e le sue tormentate avventure d’amore con un giovane tessalo. Ma, a sorpresa, evoca anche le quattro storie a fumetti disegnate da Hugo Pratt negli anni 70, ambientate nello Yemen e intitolate Le Etiopiche (Rizzoli 2021)!

 

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