da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
«Interroga la vecchia terra: essa ti risponderà sempre col pane e col vino». Queste parole del poeta francese Paul Claudel esprimono in modo essenziale il valore simbolico archetipico di questi alimenti primari e basilari, anche se essi non sono del tutto universali: per i cinesi è il riso, per l’America precolombiana era il mais, per gli Eschimesi è la carne di foca ad essere l’elemento costitutivo del nutrimento, mentre gli antichi Egizi – che pure ci attestano quaranta tipi differenti di pane – usavano piuttosto lo stereotipo «pane e birra». Il pane rimane, comunque, un segno decisivo in tutte le culture: ho qui, davanti a me, un’opera pubblicata a Parigi nel 1958, scritta da H. E. Jacob e intitolata Histoire du pain depuis 6000 ans e posso vedere che fin dalle società primordiali, appena superata l’esclusività della caccia e del nomadismo, la coltivazione dei cereali, e quindi il pane, sono la tappa fondamentale della sedentarizzazione.
A Babilonia, per secoli, il grano fu l’unità capitale di misura del peso e tutti i manuali di antropologia culturale offrono ampio spazio alla documentazione riguardante le tecniche di coltura e di cottura, di trebbiatura e di spulatura, descrivendo mortai, macine e forni ed elencando pani d’orzo o di vari cereali, prevalentemente destinati ai meno abbienti, pani di frumento per le mense più agiate, pani di farro e miglio per i tempi più difficili. C’è il pane azzimo, caratteristico dei seminomadi e cotto su lastre arroventate di pietra, e c’è quello fermentato: si pensi alla celebrazione pasquale ebraica e alla funzione degli azzimi. Il profeta Geremia ci informa che nella toponomastica gerosolimitana c’era anche una «via dei Fornai» (37,21), mentre la Genesi ci ricorda che tra le alte cariche della burocrazia faraonica c’era anche quella di «Gran Panettiere» (40,2).
Rilevante è, però, il valore simbolico del pane. Esso è, infatti, un segno vitale radicale tant’è vero che diventa subito sinonimo di “cibo”. Basterebbe solo rileggere il monito della Genesi: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (3,19) o ripetere l’invocazione del «Padre nostro»: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» o rievocare il detto biblico che Gesù replica nel giorno della tentazione diabolica: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matteo 4,4).
Uno studioso dei simboli, E. Aeppli, scriveva: «Tutti i valori essenziali, che nutrono la nostra esistenza, possono esserci affidati sotto la forma del pane. È come se chi riceve il pane avesse ricevuto un valore positivo che non gli è permesso sprecare». Si spiegano così le locuzioni del tipo «togliersi il pane di bocca, mangiare il pane a ufo o a tradimento, morto di fame…» o il motto del socialismo popolare ottocentesco «Pane e lavoro!». È curioso notare che in ebraico il termine lehem, «pane», ha alla base la stessa radice che regge il vocabolo «guerra», allusione forse a una conquista primaria dell’esistenza. Certo è che il pane – se stiamo alla Bibbia, che è pur sempre il “grande codice” della nostra cultura occidentale – evoca molteplici significati: è dono divino (Salmo 104, 14-15), è metafora della sapienza (Proverbi 9,5), è segno celeste (la manna è chiamata «pane del cielo» e «pane degli angeli»).
Anzi, si arriverà al punto di rappresentare le dodici tribù di Israele davanti al Signore attraverso due pile di sei pani ciascuna, poste nel tempio di Sion e chiamate «i pani della faccia» (o «della proposizione») perché collocate davanti all’arca dell’alleanza: nell’arco di trionfo di Tito a Roma è raffigurata anche la tavola di questi pani, depredata durante la conquista di Gerusalemme del 70. Il pane riceve, perciò, un valore aggiunto sacrale, come è testimoniato dall’arcaico racconto dell’incontro tra Abramo e il re-sacerdote Melchisedek di Salem: costui «offrì pane e vino» al patriarca biblico, espressione di sostegno materiale al clan ospite ma riletto in chiave liturgica già dal testo della Genesi (14,18-24) e in prospettiva eucaristica dalla tradizione cristiana.
E qui siamo condotti senza fatica alle parole di Cristo nella sinagoga di Cafarnao: «Non Mosè vi ha dato il pane del cielo, ma il Padre mio vi dà il pane del cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo… Io sono il pane della vita… Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Giovanni 6,32-35.51). E nell’ultima sera della sua vita terrena Gesù sul pane della cena pasquale pronunzierà le parole che faranno di quell’alimento così comune e quotidiano la presenza costante di Cristo nella storia: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo» (Matteo 26,26). Tra parentesi non bisogna dimenticare che nell’antico Vicino Oriente il pane non poteva essere tagliato, quasi per non ferirlo, come se si trattasse di una persona. Esso veniva solo spezzato (vedi Isaia 58,7).
«Spezzare il pane» diverrà, così, nel cristianesimo una locuzione per indicare l’eucaristia, come si nota nel racconto degli Atti degli Apostoli (2,42) ma soprattutto nella splendida narrazione dei viandanti di Emmaus: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Luca 24,30-31). Quel pane, che Cristo aveva moltiplicato per saziare la fame dei poveri che lo seguivano, è ora spezzato tutti i giorni per la fame dello spirito.
In sintesi potremmo dire che il pane ci rimanda, da un lato, alla tragedia della fame del mondo, una tragedia che potremmo esprimere con celebri versi danteschi del conte Ugolino: «Pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli / ch’eran con meco, e domandar del pane» (Inferno XXXIII, 38-39). Ma il pane, d’altro lato, ci rimanda anche al cibo dell’anima, all’eucaristia, che è «comunione col corpo del Signore… ed è un solo pane perché, pur essendo molti, siamo un corpo solo» (1Corinzi 10,16-17). E, di conseguenza, il pane ci conduce all’amore, come ricordava simbolicamente Manzoni nel cap. 4 dei Promessi Sposi, attraverso quel «pane del perdono» che padre Cristoforo implora al fratello del cavaliere da lui ucciso.







