da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Abbiamo già avuto occasione di rievocare recentemente un anniversario particolarmente significativo per il cristianesimo, i 1700 anni dal concilio di Nicea celebrato in questa città dell’attuale Turchia, lontana un centinaio di km da Instanbul, ora Iznik, nel 325. A suo tempo, nel documento di indizione del Giubileo, il compianto papa Francesco aveva fatto riferimento all’importanza attuale del lontano evento perché ogni domenica in tutto il mondo cattolico si professa il Credo che là fu codificato. Recensendo su queste pagine il volume a quattro mani di Gian Guido Vecchi e Gian Maria Vian La scommessa di Costantino (Mondadori), avevamo sottolineato il rilievo cristologico di quell’assise.
Ai lettori non adusi a questioni di questo genere ricordiamo che per “cristologia” (coi relativi trattati teologici) si intende il modo di concepire e definire la figura di Gesù Cristo nella sua duplice dimensione umana e divina e nella sua opera di salvezza. È, dunque, il cuore del messaggio cristiano trafitto però da un presbitero alessandrino, Ario, allora con un forte seguito anche tra i vescovi: egli negava la divinità di Cristo, considerandolo come la prima e perfetta creatura del Padre divino, modello esemplare per l’umanità.
Come è noto, a Nicea si affermò, invece, che il Figlio, Cristo, fosse «consostanziale» (in greco homoousios), ossia «della stessa sostanza» del Padre e quindi divino, anche se «per la nostra salvezza discese dal cielo, si incarnò e divenne uomo, patì e risuscitò il terzo giorno, salì nei cieli e verrà a giudicare i vivi e i morti». Ebbene, tra i vescovi presenti a Nicea c’era quello di Alessandria d’Egitto, Alessandro, che aveva portato come suo consulente un giovane e geniale diacono, Atanasio, destinato a succedergli tre anni dopo nel 328 fino alla morte nel 373.
Costui divenne l’alfiere di una strenua difesa della fede nicena contro la tesi ariana che godeva di un’intensa adesione a livello non solo intellettuale ma anche popolare, al punto tale che Atanasio, a causa della fierezza delle sue argomentazioni taglienti e della vis polemica, fu costretto a ben cinque esili, inizialmente tollerati dall’imperatore Costantino e poi da Costanzo e dagli altri successori, condizionati dall’incidenza sociale dei seguaci di Ario ed esitanti nei confronti dell’inflessibile difensore della definizione cristologica di Nicea. Quindi, un’esistenza tormentata, quella di Atanasio, oscillante tra espulsioni (talora persino riparando tra monaci del deserto) e rientri nella sua sede (spesso con acclamazioni popolari da parte dei fedeli, pronti a cacciare i vescovi intrusi).
L’occasione di delineare questo nostro bozzetto essenziale e semplificato di Atanasio ci è offerto dalla pubblicazione – con testo greco a fronte e un imponente apparato di introduzioni, note, saggi complementari, indici (70 pagine per i testi atanasiani e oltre 170 di apparato!) – di tre lettere cristologiche del vescovo di Alessandria da parte di uno dei suoi massimi studiosi, cultore della teologia dei primi secoli cristiani, il gesuita Enrico Cattaneo. Egli ha alle spalle, oltre a una fitta bibliografia, anche un lungo cursus accademico e, con questa selezione epistolare, vuole implicitamente stilare un bilancio dei fermenti vivaci e fin esplosivi che accompagnarono il concilio di Nicea. Il volume si inserisce in una prestigiosa e preziosa collana di “Letture cristiane del primo millennio” che giunge ora al n. 66 e che è edita dalle Paoline, distinte dalle edizioni San Paolo, due rami della famiglia religiosa fondata nel 1914 da don Giacomo Alberione (1884-1971).
La prima lettera è indirizzata a un certo filosofo Massimo che si era rivolto ad Atanasio per essere sostenuto teoricamente contro le obiezioni lanciate riguardo all’incarnazione di Cristo da parte dei pensatori greci che irridevano l’idea di un Dio crocifisso. A costoro si associavano i teologi ariani, negatori della divinità del Figlio. Come lo definisce Cattaneo, questo scritto è «un breve e limpido sommario della più pura dottrina atanasiana» secondo la quale «lo scandalo dell’incarnazione e della croce si supera considerando il fine voluto da Dio, la salvezza dell’uomo», realizzabile solo attraverso la solidarietà fraterna del Figlio con l’umanità.
Adelfio, destinatario della seconda lettera, era vescovo di una cittadina nel delta del Nilo, pure lui esiliato nel deserto come Atanasio. Egli vuole essere consigliato a livello pastorale sul turbamento dei suoi fedeli, provocato da chi – sempre nella scia della tesi ariana – considerava l’adorazione di Cristo come un atto di idolatria a causa della sua incarnazione che lo relegava nell’umana creaturalità. Il vescovo di Alessandria sottolinea che la “carne” di Cristo non è adorata per sé stessa, ma nell’unità della sua persona che è anche Logos divino. Umanità e divinità sono distinte ma non separabili nella figura del Figlio, vero Dio e vero uomo.
Infine, la lettera più famosa e più diffusa, destinata a Epitteto, vescovo di Corinto, nella quale si elencano ben undici tesi eterodosse, puntualmente confutate da Atanasio, ribadendo sempre la sua cristologia che afferma, certo, l’umanità di Cristo ma connettendola intimamente con la divinità che è in lui. Il punto di riferimento rimane sempre il celebre asserto del quarto Vangelo secondo il quale, «il Logos divenne carne» (Giovanni 1,14), con tutta la complessità che questa unione contempla, soprattutto nella formulazione originaria greca di Lógos e sárx (Verbo divino e carne, cioè umanità storica).







