Colombia, la paura di una guerra civile

Violazione dei diritti umani, repressione, violenze: non si arrestano le proteste che agitano la Colombia dallo scorso aprile, nate inizialmente per la riforma tributaria del governo – poi ritirata –  voluta dal Presidente Ivan Duque, ma che nascondono in realtà ragioni ben più profonde.

Quella che era nata come una protesta fiscale ha infatti assunto presto i connotati di una manifestazione antigovernativa che ha messo in discussione tutto l’operato dell’esecutivo e il modello politico del paese. D’altronde la Colombia, da cinquant’anni impegnata a porre fine a un’estenuante guerriglia armata, fa i conti con diversi problemi strutturali che la pandemia non ha fatto altro che acuire, come la soglia dello stipendio minimo, la presenza di gruppi armati illegali, la crisi venezuelana dei migranti che ha riversato milioni di persone nel territorio colombiano, l’assenza di infrastrutture, scuole o ospedali in molte parti del paese e un livello di disuguaglianza tra i più alti in America Latina. Di fronte a tutto questo, la frustrazione popolare accende le proteste e i manifestanti recriminano al governo di non rispettare gli accordi di pace, di aver gestito male la crisi sanitaria e di voler far pagare i costi della crisi economica alle fasce più povere e svantaggiate della popolazione.

In questo clima di sfiducia generale, non sembra esserci nessun canale in grado di avviare un dialogo tra governo e manifestanti. Da una parte, i colombiani non credono più nelle istituzioni statali o nei partiti e trovano solo nella protesta lo strumento in grado di dar voce al loro dissenso; dall’altra, il governo ha adottato una strategia improntata all’ordine pubblico per contenere la mobilitazione a cui si aggiunge la totale mancanza di critiche verso le violenze della polizia.

Anche Papa Francesco ha espresso la sua preoccupazione e lo scorso maggio ha pronunciato un accorato appello: “Prego perché l’amato popolo colombiano sappia accogliere i doni dello Spirito Santo, affinché attraverso un dialogo serio si possano trovare soluzioni giuste ai molteplici problemi di cui soffrono specialmente i più poveri, dovuti alla pandemia. Esorto tutti a evitare, per ragioni umanitarie, comportamenti dannosi per la popolazione nell’esercizio del diritto alla protesta pacifica”. Solo nel 2017 il pontefice si recò proprio in Colombia facendosi promotore di tre temi cardine – la pace, la promozione della vita e la difesa dei diritti umani – e portavoce di un unico motto: “Facciamo il primo passo”, con l’intento di celebrare la riconciliazione e la firma degli accordi di pace tra governo e forze armate.

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