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#CharlieHebdo: proposta agli intellettuali e religiosi musulmani (e non solo)

Intellettuali e religiosi musulmani, parlate di più. Rassicurerete chi 09-01FOTOha paura di voi e, insieme, colpirete la radice del terrorismo.

E’ urgente, da due decenni, che si avvii un dibattito ampio e onesto sul rapporto tra globalizzazione e integrazione.

L’islam è poco noto. Se ne parla su vasta scala solo dall’ 11 settembre e il più delle volte a sproposito, per sentito dire.

Non si conoscono bene neanche il cristianesimo e l’ebraismo. Si ragiona di queste categorie usando fin troppo spesso le viscere e il pregiudizio, e questo avviene in Francia non meno che qui da noi. E le viscere e il pregiudizio finiscono sempre per colpire al cuore la libertà, favorendo la paura aggressiva e desiderosa di autoritarismo da un lato, e il “buonismo” moraleggiante dall’altro. Due tendenze che, quando eccedono, da opposti fronti colpiscono seriamente la democrazia.

Lo Stato deve agire, secondo le proprie leggi, con forza, urgenza, evidenza ed efficacia.

La Cultura, i media, il discorso pubblico devono dare (o chiedere), in questo momento in particolare, maggiore voce agli intellettuali e capi religiosi di fede musulmana, alle persone della diversificata galassia islamica che hanno un peso forte nelle opinioni, ai capi delle comunità, ai maestri, ai docenti, agli artisti. Perché, in primo luogo? Perché occorre arrivare lì dove pochi arrivano. Ai profondi recessi nei quali nasce la paura di chi oggi si sente minacciato e, soprattutto, nasce l’odio di chi attacca, che è anche disperato orgoglio.

Occorre studiare e capire molto bene la radice di questo odio e occorre porsi domande difficili:

  1. cosa può motivare un giovane ad unirsi ai gruppi armati integralisti e ad ammazzare?
  2. quali sono gli obiettivi dei capi di questi gruppi, che utilizzano, manovrano il piano religioso per schermare altri piani?

Il potere del governo è più urgente che risponda alla seconda domanda. Noi che lavoriamo nella “società civile” è più urgente che rispondiamo alla prima. E’ lì che si arriva alle mentalità, ai soprusi, alla voglia di affermazione e rivalsa, che sono sempre alla base di un’azione e adesione violenta.

E’ in quel roveto infuocato che occorre orientare lo sguardo, con azioni che provengano prima di tutto da persone che vivono e conoscono quelle mentalità, quegli ambienti, quelle storie.

Ciò che emerge dalla reazione pubblica di questi giorni successivi al grave massacro di Parigi è un’Europa che sembra animarsi nei propri ideali solo quanto è ferita a morte. Devono accadere abomini di questo genere per ricordarci che siamo una comunità nata dopo una guerra sanguinosa (di secoli) con degli ideali che costituiscono anche il sogno europeo? L’Europa degli ideali e del cuore si risveglia solo di fronte al crimine? Dov’è finita l’anima dell’Europa che in fondo tutti vogliamo e che di solito vediamo come una piccola fiammella sepolta da una fitta coltre di cenere pesante? Come si risveglia l’Europa, solo col “buonismo” o con l’autoritarismo? Quanto durerà il dibattito sull’eccidio di Parigi? Quanto ancora? O forse tra dieci giorni sarà tutto passato, tutto questo passa parola anche sui social network?

Anche per questo è giusto pensare alle vittime come esseri umani, prima che come professionisti.

Pensando a questo terrorismo mi viene un po’ in mente la mafia. Essa va repressa dalla forza pubblica e, insieme, va combattuta dalla libera cultura, dalla religione, dall’esempio. Ma, come per l’integralismo, occorre chiedersi cosa fa germogliare, cosa tiene in vita la pianta della mafia (che non sono solo i soldi, gli affari), ed è lì che occorre conoscere bene per poi agire.

di Vittorio V. Alberti