Tecnologia, etica, fede: una vita trasformata dal Covid

L’irrompere nella società contemporanea della pandemia Covid-19 ha provocato, sia a livello globale sia a livello individuale, cambiamenti intensi e radicali ai quali non eravamo preparati. Fra questi uno dei più rilevanti concerne senz’altro il rapporto con la dimensione del “digitale”, all’improvviso percepita – e, in effetti, divenuta – “necessaria” per tutti e per tutto. Nel giro di poche settimane, la prospettiva, ancora in un passato recente considerata nell’opinione comune “futuristica”, di una vita in prevalenza digitale si è venuta a concretizzare tramite il forzato trasferimento sulla rete di gran parte delle attività economiche, lavorative, relazionali e finanche educative (solo per fare qualche esempio si pensi all’homeworking, alla didattica digitale, all’infodemia veicolata dai canali social, ai pagamenti online e alle campagne di raccolta fondi mediante piattaforme di crowdfunding).

Più in generale, in conseguenza delle esigenze di distanziamento sociale e grazie alle cosiddette “tecnologie abilitanti” (espressione di sintesi con la quale ci si riferisce a una serie di soluzioni a elevata intensità di conoscenza – fra cui l’intelligenza artificiale, la blockchain, il cloud – in grado di “abilitare” l’uomo a svolgere attività e processi nuovi o con modalità in passato inimmaginabili), le infrastrutture tecnologiche hanno assunto un ruolo fondamentale nel mantenimento delle funzioni essenziali della società e della “socialità”. Per certi versi, può dirsi avvenuta una sorta di “invasione” del mondo reale analogico nel mondo virtuale digitale, invasione che è venuta rapidamente a modificare il senso del rapporto fra i due mondi, provocando il superamento della dialettica stereotipata e banalizzante tra tecnofili e tecnofobi, sino a pochi mesi fa molto presente nella narrazione collettiva.

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