da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Imponente e incessante è la bibliografia su Gesù Cristo anche nei nostri tempi secolarizzati, e quindi difficile è la scelta. Questa volta mi ha guidato la curiosità della titolatura di un saggio: innanzitutto la figura del Cristo inquieto nella modernità letteraria dal 1857 al 1972; originale è, poi, la definizione del genere adottato, l’ecfrasi presente nel sottotitolo. Questo termine stilistico deriva dal greco ekphrázo, “descrivere, esporre in modo accurato”, un genere tipico nell’antica retorica greca nel senso generico di descrizione così viva da rendere in modo incisivo la realtà esaminata.
Più puntualmente possiamo dire che l’ecfrasi è una raffigurazione “verbale” che riproduce in modo originale un soggetto preso in considerazione, soprattutto quando sono in scena opere “visive” (sculture, quadri, edifici) o personaggi esemplari. Diventa allora suggestiva l’esemplificazione proposta nel suo testo da Francesca Golia, docente alla Sorbonne Nouvelle di Parigi. La sua analisi ci porta all’interno di autori sorprendenti per il loro affacciarsi inatteso sul “Cristo inquieto” e, indirettamente, su alcuni temi polari come la trascendenza e l’immanenza, il sacro e il profano, il mistero e l’epifanico, l’ineffabile e il dicibile.
In Gesù Cristo, infatti, si impostano e si impastano senza confondersi il divino e l’umano, il Lógos e la sárx, per usare la terminologia giovannea. Ma ancor di più accade – come suggerisce l’inno cristologico del c. 2 della Lettera ai Filippesi di Paolo – che Cristo nell’Incarnazione si spogli, si “svuoti” (kénosis) della sua divinità per essere spalla a spalla con l’umanità della quale assume la morte più infame, la crocifissione. Su questo fondale teologico generale si muove, con una originalità che spesso rasenta la provocazione, una trilogia di personaggi Max Ernst, Alberto Savinio, Curzio Malaparte. In verità, le pagine di Golia sono intarsiate da un numero impressionante di altri rimandi letterari e artistici. Essi sono in filigrana ai profili del trio messo sotto l’obiettivo di una finissima e creativa indagine, sempre all’insegna dell’ecfrasi.
La prima a presentarsi è l’«ecfrasi rovesciata» che vede in azione il pittore surrealista Max Ernst col suo celebre e sconcertante dipinto di Maria che sta sculacciando il piccolo Gesù davanti a tre testimoni inattesi, i poeti iniziatori del surrealismo André Breton e Paul Eluard, oltre allo stesso pittore. La sorpresa non sta solo nel soggetto e i suoi ammiccamenti eventuali (l’arrossamento dei glutei potrebbe rimandare alla Passione, come voleva Leo Steinberg nel suo noto saggio sulla sessualità di Cristo del 1983), ma in un simbolo trattato in modo anticonvenzionale, l’aureola del piccolo Gesù rotolata a terra. Si instaura, così, un’interazione col poemetto in prosa di Baudelaire dal titolo emblematico, Perdita d’aureola.
In tal modo si ha la raffigurazione “visiva” della rappresentazione “verbale” secondo appunto il procedimento ecfrastico, ma la decostruzione ironica del “mito” tradizionale genera in realtà una reinvenzione della figura in una nuova dimensione “mitica”. Ancor più complessa è la parabola ermeneutica legata ad Alberto Savinio, scrittore, pittore, musicista, fratello di Giorgio de Chirico, pronto a miscelare figure classiche a tecniche d’avanguardia. La sua ecfrasi è definita con l’aggettivo greco “anadiomene” che l’autore desumeva da Venere che nasce dalla spuma del mare ed è affidata a due opere, il romanzo La casa ispirata (Adelphi 1986) e la raccolta Dieci processi (Sellerio 2003).
È la stessa Golia a riassumere icasticamente un percorso articolato ma anche suggestivo attorno a Cristo, Dio e uomo, cioè trascendenza e immanenza, come sopra si diceva: «La figura di Cristo, liberata dall’immobilità della tradizione che l’ha fissata in un monumento eterno e intoccabile, diventa l’emblema di un mistero dinamico che, tramite un procedimento ironico, Savinio svela e rivela», facendolo quindi rivivere. A questo punto, superata un’intersezione a cui accenneremo in finale, sale sulla ribalta il terzo autore, Curzio Malaparte, del quale non si seleziona il noto Cristo proibito (1951), bensì l’inatteso Muss. Ritratto di un dittatore, tentativo di scoprire se «il motore della macchina fascista è un uomo oppure un essere di natura sovraumana».
È un’icona che trova la sua quasi blasfema cristofania nella statua equestre di Mussolini, opera di Giuseppe Graziosi per il Littoriale di Bologna (1929): secondo alcuni, il duce avrebbe in filigrana i lineamenti apocalittici del Cristo artefice di giustizia nella sua seconda venuta. Malaparte, invece, si rivela nel testo citato – soprattutto nella finale “Crocifissione” – più negativo e lo fa attraverso un’articolata ecfrasi basata sul dipinto di Lorenzetti nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi (1310-19 c.a.). Il fallimento del dittatore viene decifrato sul suo cadavere vilipeso comparato per contrasto con quello di Cristo.
Come annunciato, in finale, rimandiamo al capitolo dedicato al mirabile Altare di Isenheim, il celebre capolavoro di Mathias Grünewald (1512-16), un «Laocoonte cristiano», vero e proprio emblema di modernità cristologica. Alla sua decifrazione ecfrastica ci conduce proprio lo stesso Malaparte, oltre a Joris-Karl Huysman, Martin Buber, Elias Canetti e Giovanni Testori, approfondendo «l’anacronismo nella risemantizzazione politica dell’Altare» e orientandosi invece a un’analisi che «intrecci sguardo, linguaggio e memoria».







